venerdì 9 novembre 2018

La città incantata, il lingotto più grande del mondo e i Buddha imbalsamati



29-30/10/2018
È l’ora di salutare Rueifang, la cittadina anonima per eccellenza, che se non avesse una stazione del treno non se la cagherebbe nessuno (e forse già lo fanno), e la simpaticissima host tutta sorrisi, figli nipoti e il morbidissimo gatto. Alla fine si è dimostrata un’ottima base per perlustrare le due coste del nord, anche se, con l’intento di raggiungere Taipei, oggi è meglio avvicinarsi e passare una notte a Keelung, un po’ più cara.


Prima però non si possono perdere le cittadine di Jioufen e Jinguashi, una perche ha ispirato il grande Miyazaki per il suo film animato “la città  incantata”, ricreando i suoi vicoletti stretti e cosparsi di ristorantini e case da the, dove i genitori della piccola Chihiro, vengono trasformati in maiali,  mentre si abbuffano di prelibatezze, dalla potente maga Yubaba.
L’altra perché fu un importante località mineraria, costruita dai giapponesi, dove si possono visitare le antiche dimore restaurate e godere di panorami stupendi dall’alto della montagna a forma di teiera.


Il 788 ferma prima a Jioufen, ci metto un po’ per capire quale direzione devo prendere..non è segnalato bene e non so leggere le mappe in cinese. Alla fine trovo l’imbocco, proprio nell’esatto istante in cui, i pullman turistici, vomitano fuori dalle porte centinaia di cinesi, giunti in massa come le anatre, che ben si riconoscono per i loro pittoreschi comportamenti, quali scaracchiare senza ritegno, tirar su col naso e parlare senza fine ad alta voce. Quasi impossibile fare una foto senza trecento cinesi nell’inquadratura. Ovviamente il gadget più gettonato qui è lo spirito Senza-Volto del film.


In 5 minuti arrivo alla fermata di Jinguashi..i soliti 15 per capire dove dirigermi ed entro nella cittadina ricostruita ad arte,  c’è anche un museo dove si può fare l’esperienza di setacciare il terreno, arricchito di polvere d’oro dal personale,  per provare l’ebrezza di essere fortunati e ammirare il lingotto più grande del mondo. Sulla collina opposta ci sono anche i resti di un bel tempio memoriale e la giornata senza nuvole regala splendidi scorci sull’oceano. 



Arrivata  a Keelung, sogno le focaccine ma non posso perdere tempo a far la coda neanche oggi, mollo lo zaino e ritento quel che non mi è riuscito ieri, e cioè visitare il museo sulla collina che pare racchiudere in un grande spazio aperto, bellissime sculture di un artista locale. L’unico modo per raggiungerlo è con un bus navetta gratuito che c’è solo due volte al giorno, ma è troppo tardi, perciò devo optare per un taxi. Quando arrivo a destinazione, un gatto mi informa che il lunedì è giorno di chiusura, perciò rincorro il taxi e per evitare che l’eterno viaggio fino a Jinshan si riveli inutile, non mi resta che ripiegare sul vicino cimitero, dove sono custodite le spoglie di Teresa Teng, la più famosa cantante asiatica conosciuta nel mondo. 



Vicino alla sua tomba c’è una grande tastiera musicale che si può suonare con i piedi e gli autoparlanti diffondono le note delle sue 10 hit più amate.
In lontananza, incendiato dalla luce del tramonto, splende un gran deposito di zio Paperone tutto d’oro, sogno anche io di tuffarmi nelle monete, così mi avvicino per vedere quanto costa un tuffo. Scopro a malincuore che nasconde tutt’altro. 



Il gentile inserviente inizialmente mi dice che è un posto dove si celebra la vita, io quindi penso ad un tempio moderno, visto anche il Buddha nella sala centrale, e le riproduzioni in c’era di Buddha realmente esistiti in India ( un po’ inquietanti!),  poi però quando chiedo se posso visitare i piani superiori mi dice che li ci sono le salme, perciò capisco che non è ne un deposito di zio Paperone, nè un tempio! 



Saluto e ringrazio e torno in città, dove giusto in tempo riesco a vedere il tramonto sui faraglioni in mezzo all’ oceano.



 Non è andata così male in fondo, posso tornare a Keelung e mangiare le ultime tipicità ancora non assaggiate: la frittata di ostriche (puah!), un differente tipo di ravioli (Gnam!) e delle palline fritte dolci spolverate di parmigiano (insomma..insomma!)














mercoledì 7 novembre 2018

L’estremo nord di Taiwan: inospitale, selvaggio e bellissimo



27-28/10/2018
Quando uscendo dalla porta del mio nuovo bellissimo ostello, scopro che c’è il sole, mi pacco sulla spalla per aver deciso di lasciare per ultima la visita all’estremo nord. Da quello che avevo scritto infatti, pareva dovesse piovere tutto il mese! Alle 11 in punto salto a bordo del bus 856 che mi porterà ad est, sulla costa, per visitare  il Capo Bitou e la cittadina di Fulong.
Gli autisti di queste linee si meriterebbero un riconoscimento, per tutte le volte che affrontano le salite e discese di questo tratto tortuoso, rese ancora più drammatiche dall’avventatezza alla guida degli automobilisti. 


L’oceano è fantastico, così arrabbiato e brillante, sbatte contro le rocce e i pontili alzando schizzi bianchi fino alla strada. Le bancarelle del molo di Bitou straripano di granchi e ostriche. I pescherecci sono addobbati con grandi lampadine per la notte in mare.
Appena dietro la fermata del bus parte il Trail del Capo, che sale fino in collina serpeggiando tra cime tonde e ammantate di verde. I panorami sono strepitosi. 


A Fulong invece si prende la bici, si pedala verso l’interno e ci si infila in un tunnel lungo 2 km, che una volta apparteneva alla ferrovia. Si sbuca sul mare e per non farsi mancare niente, si può, come faccio io, sbagliare strada e percorrere il tragitto costiero di circa 20 km, anziché 5.


 La vista è impagabile e lo sforzo tutto sommato non è dei peggiori. Si passa davanti ad una zona di scogliere piatte, invase dall’acqua, su cui si specchiano le nuvole, mentre gli indigeni pescano tra le onde. Poi internamente lungo piccoli villaggi di pescatori, con grosse vasche rettangolari dove si coltivano gli Abaloni.


 Su nel cielo i predatori volteggiano, aspettando il momento della picchiata. Di ritorno alla stazione è d’obbligo un pasto in scatola, molto in voga a Fulong; composto da riso, tofu, verdure, carne e un uovo nero. Il giorno seguente tocca all’altra parte della costa, quindi alle 9:30 prendo il 788 fino a Keelung, dove visito il parco di Zhongzheng, pieno di templi, pagode e porte in stile cinese, fino alla statua bianca di Guanyin (ipoteticamente Giuanin, o Giovannino). 



È stato collocato sulla cima di una collina, con intorno templi e statue e oggi che è domenica, ci sono banchetti per bambini come alle fiere di paese: i cannoncini per sparare ai pupazzi, le macchinine elettriche per girare nel piazzale e degli orsacchiottoni a gettone con il volante.


 A Giuanin gli si può entrare dentro e salire fino alla testa, ha dei piccoli oblò dai quali si vede il panorama sotto. Mentre scendo a piedi dalla collina, taglio per i giardinetti dei bimbi, faccio uno scivolo di pietra talmente ruvido che mi lascia quasi in mutande e mi imbatto in una bottega che fa frittelle. 


Ne fa tante, tante, ma la gente ne compra tante, tante e così c’è una gran coda, che non va avanti e io resto a pancia vuota, con il languorino insoddisfatto. Però è già tardi, il sole tramonta presto e voglio visitare il Geoparco di Yeliu sulla scogliera, dove il vento e il mare modellano continuamente le rocce, creando delle protuberanze in cui vederci animali e scarpette e anche una testa coronata. 


C’è gente ovunque e muoversi diventa snervante. Questa fissazione degli orientali per i selfie è uno strazio. Senza preavviso scatta la posa che l’amico o il famigliare deve ritrarre 2 o 300 volte, ed è perfettamente normale che sostino in mezzo ad un percorso, dove già ci sono mille persone, creando imbottigliamenti disumani. 


Per fortuna sono anche pigri e il loro interesse pare non andare oltre le attrazioni raggiungibili in pochi passi ( diversamente avrebbero bisogno di impostare il navigatore ), quindi il percorso  che si snoda sopra la scogliera ed arriva al faro è piacevolmente sgombro. 

Faccio una tappa a Jinshan per mangiare la carne d’anatra nella strada vecchia, veramente buona anche se purtroppo viene servita fredda e poi torno a Rueifang per la notte, domani è un altro giorno di sole al Nord!

Ma u belin - the beginning, il mio nuovo eroe!



26/10/2018
La giornata si è conclusa a Rueifang, dopo aver recuperato lo zaino ed essere salita su un treno che strattonava ad ogni fermata, alla stazione di Hualien. Il viaggio dura più di 3 ore e ho il tempo di ripensare al fantastico colossal indiano che ho visto la sera precedente a Taroko. Quando capito sul canale Imax, sullo schermo si avvicendano scene di un immenso palazzo, riccamente decorato, nel deserto.


 Un uomo anziano barbuto sembra amministrare i soldati, uno più giovane sembra dargli ordini, c’è una donna in catene. Compare sto colosso d’uomo, che si infiltra nel palazzo e con colpi fantascientifici sgomina alcuni soldati che si accorgono della sua intrusione, si confonde tra le loro fila e dà prova della sua astuzia e forza appiccando in un secondo, fuoco alla sala principale del palazzo. Viene inseguito, attaccato in gruppo, ma sempre spacca e legna tutti, con gran facilità. Qualcuno tra il popolo lo riconosce, è Baahubali, anche detto Ma u Belin! 


Libera la donna incatenata con due colpi di scimitarra e la carica su una biga con le ruote infuocate dai soldati. Poi si distrae come un fesso e gli tirano un ramo da 100 chili in faccia, facendolo capitolare nel fango. Lo riportano a palazzo dove ha uno scontro feroce con altri altolocati, ma li legna tutti, poi interviene il vecchio barbuto che invece gli tiene testa. Ma u Belin però ha la meglio e invece di uccidere il vecchio, si fa riconoscere e questi gli prende un piede e se lo mette sulla pelata, mentre il popolo grida in coro “Ma u belin, Ma u belin!”. 


Di colpo parte lo spiegone e si vede una donna che tiene in braccio un bambino, un’altro viene partorito e le viene portato in grembo e quando lo guarda, il piccolo gli afferra saldamente un dito. Si capisce che è un super bambino, quindi lei se lo tiene e lo chiama Ma u belin. I due bambini crescono insieme e vengono educati e addestrati. Mentre pregano con la madre all’aperto, uno scorpione sta per pungere la madre ignara e Ma u belin lo afferra di nascosto e lo stringe nel pugno, mentre la coda lo punge ripetutamente, ma ovviamente non gli fa niente


. Ma u belin passa il suo tempo con il popolo e per questo è molto amato. Un traditore manda una missiva tramite piccione viaggiatore ad una tribù nemica, Ma u belin e il fratello lo seguono sul ciglio di un burrone per fermarlo, ma l’uccello è già in volo e il Giuda si getta nel precipizio. Ma u belin, con un gesto da vero figo, lancia una corda al fratello e prende l’altro capo, gettandosi dietro al traditore. 


Il fratello ha lo sguardo furbetto e molla la corda per far morire Ma u belin, ma la corda si incastra in una pietra e al sopraggiungere dei rinforzi, il fratello deve tirare su Ma u belin che ha brancato il traditore. Una volta in salvo Ma u belin da una pacca al fratello, come a dire che la sua fiducia era ben riposta. Al fratello invece gli girano le balle. Il nemico sopraggiunge e l’esercito si divide in due schiere, una con Ma u belin e l’altra col fratello. Come rito propiziatorio si devono decapitare due bufali e schizzare col sangue la statua di una tettuta dea Kalì. Il fratello esegue, ma Ma u belin si rifiuta, prende la scimitarra e si taglia il palmo della mano, con il quale schizza la statua. La gente apprezza.
Il nemico attacca, perdite copiose da entrambi i lati, il popolo di Ma u belin è fatto schiavo e usato come scudo dal nemico. Non si sa come agire, tutti aspettano un’azione diversiva, ma il fratello è una merda e arma delle catapulte con lame rotanti e falcia il suo popolo per arrivare al nemico, la madre storce il naso, è il momento di Ma u belin, che fa lanciare un enorme drappo di seta del Bangladesh, bella variopinta e pregiata sulla testa dei nemici, per poi colpirla con frecce infuocate e arrostirli tutti. La sua parte di popolo è salva e Ma u belin viene osannato, mentre il fratello rosica. Ma u belin però è un signore e gli rivolge un sorriso pieno d’amore. Finisce lo spiegone e io rimango lì, mentre lo schermo mi informa che c’è un sequel che probabilmente non potrò mai vedere.



E intanto sono arrivata a Rueifang, cittadina piccola, tranquilla, che userò come base per perlustrare l’inospitale regione del Nord.

domenica 4 novembre 2018

Gandalf e Le Gole di Taroko: TU NON PUOI PASSAREEEEE!




25/10/2018
La sveglia suona alle 8 per permettermi di fare colazione nella lobby dell’ostello e prepararmi alla partenza per il Parco Nazionale di Taroko. Si pronuncia Taruko perché proviene dal nome della tribù dei Truku che abita queste terre. Allo sportello della fermata dei bus, gli operatori sono insofferenti agli occidentali e non hanno voglia di provare a spiegare che ci sono biglietti giornalieri o per più giorni per visitare il parco. 



Semplicemente prendono i soldi e staccano quello di andata e ritorno in giornata. Io invece, che lo scopro dopo, ho già prenotato una notte per poter fare più sentieri. Parto con lo stretto necessario e cammino lungo la statale immaginando che le distanze siano brevi, tra un trail e l’altro per poi scoprire che invece è indispensabile avere un mezzo proprio. 



Gli autobus hanno intervalli di più di un’ora uno dall’altro, molti sentieri sono in ristrutturazione e ogni ora la strada viene chiusa, causando così ulteriori ritardi ai convogli. Fino all’ora di pranzo non mi riesce di fare granché, a parte vedere il memoriale dei 225 caduti nella costruzione della Central cross-island highway ( trail chiuso ), fare l’autostop fino all’imbocco del trail Yanzikou (chiuso) e dell’ old trail Zhuilu, per cui serve un permesso richiesto almeno 7 giorni prima. 



Guardo con delusione il lungo ponte sospeso nel vuoto davanti a me, che non percorrerò ne oggi ne domani, quando proverò inutilmente a chiedere il permesso al visitor center. Un’altro autostop mi porterà fino al Trail Lushui-Heliu che però si rivelerà breve e non molto entusiasmante, a parte la vista sul fiume. 


Eternamente in ritardo arriverà un bus che mi porterà fino al villaggio di Tianxiang per il Trail delle cascate Baiyang che finalmente darà un senso alla giornata. Bisogna percorrere circa 1 km sulla statale, finché a metà di un tunnel ci si infila dentro una galleria buia di 400 mt. Si sbuca su un sentiero pianeggiante che costeggia il fiume, e dopo circa 2 km si arriva su ponte sospeso (evviva!!) tra una gola e due cascate che scendono a velo dalla montagna. 


Oltre questo punto mi infilo in un’altra galleria buia e sbuco in faccia ad una grotta dove altri visitatori mi indicano alcuni ponchos lasciati su una roccia. Ne indosso uno per proteggere la macchina fotografica, e mi addentro nella grotta umida e gocciolante su un sentiero strettissimo. 


Qualcuno davanti fa luce con il cellulare, altri camminano a piedi nudi per paura di scivolare. Un fragore assordante si avvicina nel buio, finché si scorge una cascata che riempie la grotta e invade il sentiero. Provo a scattare qlc foto col cellulare. Felice anche di questa scoperta, torno sui miei passi alla fermata del bus, e alzando gli occhi sulla montagna, scorgo una statua bianca tra la vegetazione. 


Sono in abbondante anticipo sull’ultima corsa e quindi attraverso la strada e il rosso ponte Pudu e mi inerpico su una scala ripidissima. Arrivo ansimante alla statua di Guanyin e proseguo per la pagoda e il Tempio di Xiangde, un bellissimo tempio buddista che contiene 3 grandi statue e attualmente è in fase di ampliamento.


 Quando torno alla fermata, l’autista di un’ altra linea, con la bocca impastata di Betel, mi fa salire a bordo del suo bus per correre a raggiungere il precedente, che è fermo su un ponte a causa della strada nuovamente chiusa. Arrivo così ciondolante al mio giaciglio, avendo ben notato che nessun autista ha mai preteso di vedere da vicino il mio biglietto..mi tornerà utile l’indomani, quando lo riutilizzerò per tornare a Hualien dopo aver passeggiato per 4 km sullo Shakadang Trail, dove potrò osservare varie esemplari di fauna autoctona, tra cui la guida che nel silenzio del sentiero spiega alle sue uniche tre clienti cosa hanno di fronte, con microfono e amplificatore, uccidendo la poesia naturalistica del luogo; varie lucertole con coda blu elettrico e un ragno mammut enorme appeso tra i rami di un albero. 


sabato 3 novembre 2018

Ritorno alla terra ferma

24/10/2018
Quando la mattina mi sveglio, scopro con orrore che sta diluviando, inoltre una colonia di formiche ha approfittato della porta aperta per fare colonna fino ai wafer nella tasca del mio zainetto. Mi vesto infastidita e decidi che prenderò il traghetto delle 10:30. Inutile aspettare quello delle 14:00 con questo tempaccio. Il mio host mi regala un poncho ( dopo le ciabatte e la cuffia e lo sconto di 200 dollari il giorno prima! ) e salto sulla sella diretta alla biglietteria dei traghetti. Peccato che non hanno il pos, sono senza soldi e l’ antipatica dietro il vetro non si sforza di capire cosa le chiedo. Di fatto vado a cercare un ATM al 7-Eleven, che di solito ce l’ha, ma non stavolta, l’unico sta alle poste, ma non legge le carte estere!Il tempo scorre, devo riconsegnare il motorino, piove e non voglio restare sull’isola fino al pomeriggio. In un momento di genialità chiedo allo sportello se mi possono cambiare dei dollari americani e alla risposta positiva inizio a vedere la luce in fondo al tunnel. Le intimo di sbrigarsi per non perdere il battello e alle 10:27, dopo aver tirato i soldi in faccia alla bigliettaia stronza, sono sulla banchina che ancora non è arrivato. Bruttissimo segno, doveva già essere attraccato da mezz’ora! Inizio a pensare che il mare sarà grosso e che la profezia di Fat boy Singapore si avvererà! Arriva, salto la fila spinta dal magone del vitello che ho dentro e prendo posto sul fondo. Stavolta sono incastrata tra due e non ho sacchetti a portata di mano, ne pasticche contro il mal di mare. Mi infilo le cuffie mette, alzo a bomba per non sentire rumori sgradevoli e chiudo gli occhi appoggiandomi allo schienale. Quando il battello esce dal porto si ballucchia, ma scopro che lasciandomi cullare ad occhi chiusi lo stomaco non si accorge di niente. La musica mi prende e penso di essere su un tappeto volante, un po’ di dondolio è naturale. Non apro mai gli occhi, anche per paura di vedere che invece intorno si stia scatenando l’apocalisse. Per sicurezza infilo il naso dentro la maglia e respiro solo il mio Givenchy spruzzato stamattina. Mi immagino che all’ attracco, quando aprirò gli occhi, il battello sarà sottosopra, con gente spiaggiata e moribonda, e seggiolini divelti, ma forse sto esagerando. Tutto fila liscio e posso raggiungere la stazione in direzione Hualien. Domani mi aspettano sentieri lungo le Gole di Taroko, il mio ostello è proprio di fronte alla stazione dei treni e alla fermata dei bus per il Parco Nazionale. Per festeggiare faccio il bucato. E già che la lavanderia è all’ultimo piano, butto pure le scarpe zuppe nell’asciugatrice, mentre cerco di fare la disinvolta davanti alla telecamera, mezza sdraiata sulla macchina per sigillare lo sportello, da cui provengono botti disumani ( le scarpe tentano di uscire in un paio di occasioni ). 


venerdì 2 novembre 2018

Taitung, il temibile battello per Ludao e la meraviglia della barriera corallina meno conosciuta al mondo



23/10/2018
La tappa di Taitung mi serve solo come ponte per l’isola di Ludao, a 50 minuti della peggior navigazione della storia dei traghetti, dicono. Lo scenario che si prospetta è grossomodo una parodia de “la tempesta perfetta” con George Clooney, tra onde ciclopiche, venti a centinaia di nodi quanti se ne possono trovare tra i miei capelli dopo un giorno senza spazzola e stomaci che si svuotano del cenone di Natale di due anni prima. 


Quando raggiungo il porto di Fugang inizio a dubitare della mia resistenza, ma uno dei due Singapore boys conosciuti sul bus, mi allunga un blister di pastiglie per il mal di mare. Glielo mangio tutto, compresa la confezione e mi accomodo sul fondo del battello, come mi hanno consigliato. Impossibile non notare la quantità di sacchetti di plastica appesi ovunque, tra sedili, pareti e poggiatesta..deve essere davvero un’inferno! Cerco di sedermi in un posto corridoio, per non trovarmi incastrata tra i getti degli altri occupanti della fila, perché casomai non dovesse rivoltarmisi lo stomaco per il rollio, succederebbe per gli odori, i suoni e l’immaginazione fervida che mi accompagna in questi momenti! 


Invece no..traversata esemplare, mare calmo, sole caldo e in un attimo sono a terra. Singapore boy fat dice che quello che non pago all’andata lo sconto con gli interessi al ritorno! Grazie Bro! Vedi un po’ se facendo diving incontri una pastinaca velenosa! 


Il porto è pieno zeppo di motorini parcheggiati fitti fitti, uno vicino all’altro,  in attesa di essere noleggiati. Anche io mi accaparro il mio, nonostante il noleggiatore storca il naso alla vista della mia comunissima patente italiana. Ma il taiwanese biondo mi ha condotto fin qui, lui ha detto “no problem” e ora io voglio il mio scooter! E poi jet lee non parla una parola d’inglese quindi si deve rassegnare! Inizio il giro dell’isola e passata la strada dei pochi ristoranti, un 7-Eleven e un family mart, finalmente inizia la parte verdeggiante. La prima tappa è il faro, poi si prosegue verso le prigioni, il museo sui diritti umani, il centro correzionale ma soprattutto l’Oasis Villa, come venne soprannominato in cinese. L’isola di Ludao ha un brutale passato di detenzione, tortura ed esecuzioni durato dalla fine degli anni 40 fino alla fine degli anni 80. Il terrore bianco si chiamava e inizió prima con la detenzione di persone sospettate di essere spie comuniste, fino ad estendersi a studenti, intellettuali e chiunque fosse accusato di criticare il governo. Più di 90.000 persone sono state arrestate e almeno metà condannate a morte. Alcuni sono rimasti imprigionati per più di trent’anni, chiusi in umidi bunker, interrogati e regolarmente torturati. Entrare in solitaria in un carcere, aggirarsi tra i corridoi, oltrepassando le porte delle celle aperte, guardare dagli spioncini, le celle di isolamento e quelle imbottite, mentre intorno il silenzio è pesante e la luce del sole inonda ignara le pareti e le finestre è un’esperienza surreale. Per fortuna subito fuori la strada si inerpica in collina e si apre la vista sull’Oceano e sulla costa. In breve tempo ci si scorda del disagio e si ammira la roccia della bella addormentata, sdraiata sull’acqua che riluce, col suo mento perfetto e il collo sottile, il petto sinuoso e il corpo che diventa un tutt’uno con la vegetazione. Il cane pechinese le sta sdraiato davanti, anche lui sonnecchia sull’acqua col musetto sulle zampe. Ancora curve sinuose mentre si ridiscende sul mare, le rocce sulla destra e acqua limpida a sinistra. Sulla estremità più a sud le piscine termali di Zhaori mi vedranno arrivare dopo cena per una lunga e rilassante visita notturna, mentre l’isola si ammanta di buio e la luna rischiara il mare a giorno. Nel frattempo, tornando al presente, raggiungo Dabaisha, per una perlustrazione approfondita e ravvicinata di una delle barriere coralline meno conosciute e più sottovalutate del mondo. Al primo bagno non mi rendo conto di ciò che mi “vive” sotto, ma una volta calzata la maschera e boccaglio si apre un mondo di meraviglia e colori. Le rocce hanno spaccature e insenature che si aprono a profondità inviolate, ricoperte da coralli, madrepore e piccoli fiorellini vanitosi che si scuotono frivoli, come se ridessero. Piú vicino alla superficie enormi paguri si muovono con le loro case in testa, con passi decisi e rapidi. Pesci colorati nuotano calmi mentre si fanno guardare, in lontananza dove tutto è più sfocato, banchi di gigantoni con la testa gobbuta come dugonghi, si allontanano placidi verso le profondità. Un pesce nero con le guance paffute e un cerchio arancione intorno alla coda, mi passa davanti. Mi muovo con la corrente, guardo dall’alto uno spettacolo unico e il mare non mi teme, mi fa restare a gioire della calma che regna qui sotto al pelo dell’acqua. 
Quando mi ritiro per il freddo, il pontile che ho percorso per entrare in acqua è quasi completamente sommerso, vedo scendere dalla strada frotte di orientali bardati da alta montagna, ah già, è l’ora dei selfie, dei salti e delle spruzzate d’acqua fotogeniche. Non c’è nessuno a guardare il mondo sommerso, bastano pochi minuti, duecento scatti e si può risalire sul pullman o in sella fino alla prossima fermata. Rincontro i Singapore boys per cena, ci raccontiamo un po’ di giornata, poi vado alle terme. Si è alzato il vento, per raggiungere la vasca rotonda con l’acqua calda devo attraversare il semicerchio freddo e quello tiepido, poi mi immergo e guardo la luna spuntare dalle nuvole. C’è un gran silenzio, tutti si guarda nel nulla ma con la faccia beata, una donna dorme immersa, con la nuca appoggiata al bordo. Scrosci d’acqua dentro una stanzona a vetrate attirano la mia attenzione, sembra godurioso, quindi mi avvicino. La temperatura della piscina oscilla intorno ai 41 gradi, resto immersa finché si libera un getto, la forza dell’acqua mi costringe a tenere il costume per evitare di dare scandalo, anche qui c’è gente che si bagna in costumi più ottocenteschi che attuali. 



Quando sono strabollita torno alla vasca esterna e capisco come ci si possa addormentare. Una vecchia taiwanese vuole intrattenere una conversazione in inglese con un ragazzo forse italiano. Inizia a piovere. Torno al bollitoio finche non smette. Poi vado alla mia casetta sul mare, guidando al buio dell’isola tra il canto dei grilli e il chiaro di luna. 

giovedì 1 novembre 2018

Da Kaoshiung a Kenting, finalmente l’Oceano



20-21/10/2018
L’autobus per Kenting parte dalla stessa fermata della metro Zaoping dove ieri ho preso il bus per Foguashang e che peraltro è la più vicina al lago del loto, per visitare le pagode della tigre e del drago. 
Detto ciò, il bus non è propriamente economico, ma promette di portarmi sulle spiagge in meno di due ore! Mi accomodo e mi preparo alla visione di soleggiati km di spiaggia inviolati da presenza umana. Si perché come gli altri orientali, anche i Taiwanesi temono e rifuggono il sole. Non tanto per questioni salutistiche, quanto perché inorridiscono alla vista delle lentiggini, che per loro non sono un vezzo, bensì un sintomo di invecchiamento della pelle. Grazie a questa credenza, le spiagge sono piacevolmente deserte fumo alle 5, poi improvvisamente ti giri e non si vede più il mare! Anche perché in pochi ci vanno per farsi il bagno; come per tutti gli altri posti, il mare è uno sfondo per i selfie, per le foto di gruppo in cui si salta e per i servizi fotografici alla fidanzata. Molto in voga anche lo scatto mentre si spruzza l’acqua con le mani, in ogni caso al mare ci si va bardati come sul Pordoi ed è bene non dimenticare l’ombrello, i manicotti, berretto e occhiali.



 Io arrivo al mio Capsule hotel, quindi ho già spiegato che dormirò in un loculo anche stanotte e per prima cosa vado alla spiaggia di Xiaowan con una breve passeggiata. La baia è carina e protetta dal vento, anche se l’acqua non è limpidissima. 



La sera tutta Kenting, che consiste in una strada su cui sorgono alberghetti, ristoranti e negozi di roba da mare, si riempie di banchetti lungo i due lati della carreggiata e diventa il night market più pericoloso e puzzolente di Taiwan. Pericoloso perché la strada principale, in quanto tale non si può chiudere al traffico, perciò si è costretti a sfilare davanti ai banchetti, che a loro volta sono davanti ai negozi, dinnanzi ai quali hanno già posizionato piccoli tavolini di plastica e tutto il loro retro bottega. Aggiungiamo a questo che ai taiwanesi piace fermarsi con scooter e macchine a ridosso dei banchetti e ai pedoni non resta che allargarsi ancora di più verso il centro della carreggiata. 



Sul puzzolente c’è ancora da indagare, ma posso quasi affermare con certezza che, in prossimità di alcune bancarelle che vendono vari pezzi del maiale ( e con vari intendo tutti, incluso intestino, orecchie, muso, coda e non so che altro ) si percepisce un’ inconfondibile quanto penetrante puzzo di m...a! 



Io sono un po’ satura di brodazzi e cineserie in genere, quindi, anche se non si dovrebbe, assaggio una pizza in forno a legna da un banchetto fuori dal casino. Certo il basilico sembra menta e prima di servirmela me l’hanno cosparsa di polvere pepata, però non è così male! Domani sono già in parola con il noleggiatore per prendere uno scooter. In teoria potrei ambire solo a quello elettrico con gli adesivi di Hello Kitty o Doraemon, ma visto che ho la patente A potrò avere un 125cc a benzina! La mia stanza capsula ha un interruttore della luce a due  scatti, il primo è una luce violacea, tipo luminol ed evidenzia sul soffitto le stelle e i pianeti, il secondo è un numero esagerato di faretti per le dimensioni del cubicolo, ma rende l’idea di “luce a giorno”.


Quando mi sveglio a est minaccia pioggia mentre a ovest pare si stia aprendo. Mi dirigo quindi verso la Baia di Baisha, dove il regista locale Ang Lee ha girato alcune scene del film “Vita di Pi”. 
Il posto è davvero bello, un’insenatura dorata tra due basso promontori ricoperti di vegetazione color giada. La giada è verde brillante. L’oceano qui è incredibilmente turchese e limpido, le nuvole sono bianche come cotone. Non resisto a buttarmi in acqua e a guardare di fronte a me lo spettacolo della baia. Non c’è quasi nessuno. 


Sotto un’unica fila di ombrelloni colorati, le sedie sono impilate. Resto un po’, poi vado a vedere se il tempo è migliorato dall’altra parte. Passo davanti ad un villaggio dove hanno appena finito una celebrazione con mortaretti e due busti di colorate divinità. Due macchine supertruzze mostrano impianti Hi-fi degni di una discoteca. 


Due ragazzini sorreggono una strana lancia con una lama tipo scimitarra ed eseguono una camminata misurata, a passi alti, sotto gli occhi attenti e incoraggianti degli adulti. Supero la Roccia di Chuanfan, guardo da lontano il faro di Eluanbi,  mi fermo alle Praterie di Longpan, distese verdi brillanti che nascondono una terra rossa di rame. 


Sotto le scogliere è un volo in caduta libera dentro l’oceano Indiano, il vento soffia forte. Risalgo ancora di più la costa per andare verso le dune di Gangzi, ma mi scappa la voglia di tornare a Baisha a veder tramontare il sole. La Baia è piena di gente ora che il sole cala, bambini che giocano, truppe da selfie occupano ogni granello di sabbia libero, centinaia di centilitri d’acqua vengono alzati da decine di mani e fatti saltellare a ripetizione, finché il disco infuocato si abbassa, raggiunge l’acqua e si espande in alto, tra le nuvole, in fiammelle rosse e violacee. 


È una serata da super grill. Mi accomodo davanti alla mia porzione di piastra rovente, in attesa contemplativa dei gesti rapidi e sicuri del mio Chef personale, che armato di spatoline, sposta instancabile la verdura, i germogli e le capesante da un lato altro del piano. Quando ha raggiunto il giusto grado di cottura, me lo insaporisce e posiziona la mia cena sulla velina di alluminio davanti a me. Mangio di gusto e sorseggio tè nero.  Domani vado a Taitung.