mercoledì 13 marzo 2019

Il miracolo del Monte Fuji


11-12 marzo 2019

Chi l’avrebbe detto che avrei proprio lasciato a malincuore Takayama?! Ebbene, la mattina, prima di salutare la città, mi incammino a passo spedito verso la strada 158, che mi porta, in mezz’ora, all’antico villaggio di Hida no sato. Sono le 9 quando arrivò davanti all’ ingresso (600¥) e nonostante l’ora e la desolazione tutta intorno, è appena arrivato un pullman di francesi! Bestemmio borbottando tra me e me che questi mangialumache stanno diventando come i cinesi, han preso il vizio di viaggiare da vecchi e tutto insieme!


Così, quando un Monsieur, incrociandomi mi sorride, io, razzista senza patria, lo guardo in cagnesco. Faccio il percorso inverso rispetto a loro, così almeno non mi sembrerà di andare ad una veglia funebre. Il villaggio è molto bello, ci sono tante vecchie abitazioni che risalgono al 1700 e 1800, alcune abitate fino a metà del 1900. All’interno sono perfettamente conservate, tutte in legno con la zona adibita al fuoco, per scaldare le stanze e i mobili, la zona notte. Per fortuna c’è il sole, anche se fa molto freddo.


L’aria è gelata e bisogna muoversi per mantenersi caldi. Dopo un’ora a girare nel villaggio, riprendo la strada a ritroso e mi precipito in stazione or prendere il trenino che porta a Nagoya, tra panorami bellissimi, con corsi d’acqua su cui si affacciano le case, bellissimi alberi, dighe fotogeniche e tanto ordine. A Nagoya devo cambiare e prendere lo Shinkansen (treno proiettile) fino a Shizuoka, poi un locale fino a Fuji, durante il quale, per la prima volta avvisto il cono perfetto dell’omonimo monte, poi un altro minitrenino fino a Fujinomiya.


Il sole splende ancora e io aspetto solo di arrivare per poter andare a scattare qualche foto. Nel frattempo noto che quello che avevo scambiato per un tic nervoso del conducente qualche giorno fa, ovvero segnare con l’indice della mano destra la scheda degli orari e un punto di fronte a sè, a intervalli di pochi minuti, non lo è affatto, ma anzi è un atteggiamento di uso comune. Più tardi, mostrando il video che riprende la strana gestualità a Maya, la mia compagnia di stanza, scoprirò che ha un nome ben preciso, Iubisashi Kakunì, e si traduce proprio come “checking point for safety comfort”. Rimango allibita quando me lo spiega.


Arrivo quindi alla stazione e in po hi minuti raggiungo l’ostello, ho preso il giro, dopo Kyoto, di prenotare solo ostelli vicino alle stazioni, così posso facilmente raggiungerli e mollare il bagaglio prima di rimettermi in moto. Mi accoglie il proprietario, con il suo simpatico barboncino Tarume, in questa autentica e moderna casa giapponese, con l’ingresso sopraelevato per lasciare le scarpe e introdursi scalzi, il bagno con il panchetto per lavarsi seduti e le scale che portano alle camere. La mia stanza ha un solo letto a castello. Più tardi arriverà Maya. Esco e vado subito in giro a cercare spot per gustarmi il tramonto, che colora di rosa la neve bianca del monte più ispirante del mondo. Il tempio Fujisan Honguu Sengen Taisha è molto bello, ma è troppo basso e non si rivela un buon posto, così mi sposto di qualche centinaio di metri, verso il Museo, che genialmente ha una larga piscina proprio davanti al monte, in cui si riflette, creando un bellissimo effetto.


Finisco la giornata al centro commerciale, che ha un superbo supermercato dove comprare la cena e una food court dove ordinare bontà tipiche come Fujinomiya yakisoba, spaghetti di grano saraceno saltati o cotti sul teppanyaki ( piastra), carne, cavolo, salsina e zenzero marinato.
Tracimante di cibo rotolo fino in ostello dove arriva Maya, 21 anni, poche parole di inglese, ma con il traduttore andiamo a meraviglia, passa un’ora inginocchiata dietro la mia spalliera del letto mentre guarda le mie foto, insegnandomi parole giapponesi e i nomi delle cose che ci sono nella nostra stanza..come due caldissimi Chanchanko con cui ci divertiamo a fare foto.


La mattina dopo sveglia all’alba per andare a vedere il sole che nasce dietro al Fujiyama, tutti insieme (ci sono altri ospiti ma alloggiano nello stabile attiguo); il proprietario offre questo servizio gratuito per i suoi ospiti, intendendo far conoscere le bellezze del piccolo villaggio di Fujinomiya, affinché diventi una tappa per altri viaggiatori.


Quando il sole ha ormai fatto capolino, ci spostiamo davanti ad un prato ricoperto di brina, aspettando che la nuvola che è comparsa sul picco, si allarghi e diventi un perfetto cappello. Altra sosta alle Shoraito no Taki, superbe cascate che vengono giù dalla roccia come lunghi capelli bianchi. Maya mi fa alcune belle foto mentre mi aggiro sulle pietre. Alle 8:30 siamo di ritorno e ricompattato il bagaglio, vado in stazione a prendere il locale per Fuji, poi un’altro trenino per Shimizu, dove tutti si addormentano e sembrano voler convergere su di me  (quando non spippolano col cellulare, gli asiatici, tutti gli asiatici, dormono).


Ho letto che fuori dalla stazione c’è un bus che porta a Miho no Matsubara, località con una lunga spiaggia di sabbia vulcanica che si trova nella penisola di Izu. Io non riesco a individuare la fermata, ma in compenso trovo un traghetto che mi porta vicino e faccio il viaggio sul ponte, con le gabbianelle che mi volano ad un palmo, volteggiando in aria. La crew mi coccola con inchini e informazioni in inglese stentato, si fanno in quattro i giapponesi per essere d’ aiuto e ospitali, è molto bello tutto ciò, perché riescono nell’intento con un vocabolario davvero ridotto, mentre a volte..chi ne sa di più..


una lunga passerella di legno protetta dagli alberi, porta fino alla spiaggia e da lì si vede, oltre una lingua di mare, il bellissimo cono del Fuji che si alza verso il cielo, mentre ancora mi riecheggiano nella mente, le parole lette poco fa sul cartellone di accesso, in cui si dice che questo simbolo del Giappone, così tanto rappresentato dagli artisti per la sua bellezza e la perfezione del suo cono, ha un solo picco, che nei secoli ha ispirato poeti e canzoni. Considerato sacro e venerato è un luogo di estrema bellezza paesaggistica, in grado di donare pace e armonia a chi lo osserva.


Finisce che faccio tutta la promenade, per vedere fin quanto mi posso avvicinare all’acqua, per avere quella bella immagine del monte che fluttua sull’acqua o che si innalza  direttamente dalle profondità.
Impossibile non estasiarsi di fronte a questo gigante. La cosa che mi fa più felice è che leggendo molte recensioni ieri sera, per capire come arrivare a Miho no Matsubara, tante persone non hanno potuto ammirare il picco, a causa delle nuvole che spesso lo circondano.


Avendo io assistito ad una bellissima alba sgombra da nubi, mi ritenevo già soddisfatta così e arrivando al porto, non nutrivo grandi speranze che si diradassero, era davvero molto coperto quando viaggiavo sul battello. Invece, raggiunta la spiaggia, già non sembrava così impossibile, e appena sono stata più vicina, lui ha fatto il miracolo, regalandomi la gioia di ammirarlo nella sua interezza.



Oltre a pensare, per l’ennesima volta che sono sempre tanto fortunata nei miei viaggi, spesso fantastico anche su tutte quelle sincronie universali, che mi permettono sempre di poter apprezzare le cose nella loro espressione massima, che si mettono sempre al mio servizio per regalarmi le condizioni migliori, che lavorano insieme per assicurarmi emozioni indimenticabili. 



Grazie Giappone e grazie Fuji San, il tuo sforzo mi ha permesso di sopportare impassibile i mille cambi che ho dovuto fare per arrivare a Kamakura, perché in Giappone si possono coprire tratte di oltre 500 km (Osaka-Tokyo) in meno di 3 ore e poi per farne 75 (Shimizu-Kamakura) ce ne impieghi 4 e mezza!! Ma ci piace così!!




martedì 12 marzo 2019

Kanazawa - Takayama il trenino della neve tra panorami montani e corsi d’acqua


10-11 Marzo 2019

Appena scesa alla stazione del paesino di..Kanazawa, mi rendo subito conto che ci saranno un sacco di cose da vedere e questo mi mette di buonumore, perché ho sempre paura di scegliere mete poco interessanti..qualcuno potrebbe obiettare sul perché io non mi informi a dovere prima...sacrosanto..peró, ultimamente, mi piace questo mio viaggiare cosi, alla caz de chein, senza comprare guide, senza un itinerario preciso..viene comodo quando non si hanno problemi di tempo..
E quindi Kanazawa mi piace già, poi quando vedo che meraviglia è l’ostello in cui passerò la notte, dopo la pessima trascorsa a Nara, sono ancora più ben disposta. Guardo il cielo dove il sole non riesce a fare capolino tra le nuvole, e tra le tante opzioni, decido che è meglio visitare i giardini Kenroku-en al più presto, perché potrebbe peggiorare. Prima però una ricarica di zuccheri alla pasticceria di Mizuki, per affrontare la giornata con grinta!


Il nome Kenroku-en, ovvero “giardino dei sei attributi” o “delle sei sublimità” si riferisce alle caratteristiche che un perfetto parco dovrebbe avere, secondo un antico scritto: spaziosità e intimità, artificio e antichità, corsi d'acqua e panorami.



È davvero molto vasto e molto vario, con sentieri, ponticelli, scalinate, alberi in fiore, una casa da thè che ha circa 200 anni, la fontana (sacra) più antica del Giappone, che secondo una leggenda fece affiorare in superficie,  frammenti d’oro, contribuendo a battezzare la città col nome di Kanazawa, palude dorata.


Mi impegno a girarlo tutto, passando per ogni sentiero, scovando ogni passaggio, non tralasciando nessuna deviazione. Giro più volte intorno ai laghetti, per cogliere ogni riflesso delle pagode sull’acqua, mentre gli alberi, imbragati contro il peso della neve, sembrano tante marionette o vele spiegate al vento. Il castello vicino si raggiunge con un ponte soprelevato, è imponente, ma non così interessante, soprattutto perché dentro è vuoto e rivestito completamente in legno, ma troppo sterile e moderno. Molto meglio fare un giro gratuito nel giardino limitrofo, che sembra progettato col gognometro..e con tutta probabilità è proprio così!


Inizia a piovere e fare foto, tra zaino, ombrello e fotocamera diventa impegnativo, meglio prendere posto al banco del Ramen, per una bella risucchiata in compagnia, tra versi e contro versi, guardando
Otashi-Sama (il suffisso San sarebbe troppo confidenziale!) mentre rotea le scodelle nel brodo per farle scaldare, scola gli Udon (spaghetti) e guarnisce con fette di maiale arrosto.



La mattina seguente, come da copione, piove, faccio un giro lungo il quartiere delle Geishe che è sempre invaso dall’ orda turistica degli ovvi, quelli che vanno sempre a vedere i posti numeri uno sulla lista dei Must Do di ogni luogo! Faccio un giro veloce perché tanto non c’è verso di poterselo godere e invece, a sorpresa mi ritrovo sola nel quartiere Tera Machi, dove resistono molte abitazioni originali in legno dell’epoca dei samurai. Quando poi lo scarponcino destro si inzuppa per l’ennesima volta, torno a prendere il bagaglio, saluto Pon dalla memoria di ferro, che stamattina mi ha accolta, come le avevo insegnato con “Buongiorno, hai dormito bene?” e vado alla stazione. Prendo lo Shinkansen (treno proiettile) fino a Toyama, poi un treno diverso, più piccolo e color acciaio per Nagoya, che mi lascerà a Takayama.


Ora, quel suffisso Yama..se c’è una cosa che so da quando sono bambina, è che sono fortemente intuitiva. Quando la sigla del cartone Mademoiselle Anne ( perché sti francesismi?!) chiamava il Monte Fuji, il Fujiyama, io avevo intuito che non potevano essere uno l’abbreviazione dell’altro, anche perché sull’atlante il monte Fuji era sempre e solo indicato come Monte Fuji, quindi, quel Yama, doveva per forza essere la parola giapponese per dire “monte”. Bene. Ora, di grazia, perché se una cosa la sai da quando hai 8 anni, quando ti trovi vicino alle montagne, e ti va di culo che a Kanazawa, che suona già molto profeticamente come Canazei non fa freddo..perché, dico io non ti viene in mente che se la tua prossima meta si chiama Takayama, forse stai andando a finire sulle Alpi giapponesi?!


 Ecco. E quindi, bello il viaggio sul trenino tra le campagne, quando però lungo la strada non fai che vedere neve, neve, neve..beh cara mia te lo sei meritato. E in più piove, abbondantemente  piove e tu hai una giacca da primavera in moto e un piumino smanicato. E la tua scarpa da trekking destra ha già fatto filtrare acqua. Sale il terrore. Fortunatamente in montagna il tempo cambia velocemente, e dopo una galleria inizia a intravedersi la luce del sole che combatte contro una cortina di nubi. Mi rincuoro. Forse non sarà così freddo, e poi comunque è una notte soltanto! Domani si va verso la costa! Alla stazione di Hida-Furukawa c’è pure un bel drappello di persone che vuole salire sul treno e non sembrano così attrezzati per il polo. Promette bene..e probabilmente Takayama mi regalerà persino dei bei ricordi, anzi magari i migliori del mio viaggio!


E infatti non mi sbaglio, il mio ostello è ancora una volta superfigo, l’host mi indica cosa fare e parto subito per visitare la città vecchia, dove ci sono antiche dimore, ma soprattutto distillerie di sakè con vendita diretta, perché a quanto pare quello di Takayama è il più rinomato di tutto il Giappone. È facile riconoscerle, mi dice, li riconosci dal sugidama appeso sopra l’ingresso (una palla di foglie di cedro), quando lo vedi, significa che la produzione è pronta e si può degustare. E infatti scelgo quello con la palla più grande e trovo un carinissimo che invece di 2 assaggi, me ne da 4, visto che sono interessata a capire la differenza tra dolce, secco, alcool puro e il top quality.



Ovviamente tanto basta per darmi alla testa, visto che sono le 4 del pomeriggio e la torta di stamattina  è ormai un lontano ricordo! Vado a smaltire la mia alticciaggine lontano dagli sguardi turistici, lungo il sentiero Hingashiyama che passa attraverso una decina di templi, bellissimi, ma soprattutto DESERTI!! Dopo due scalinate, un ponte e un cartello attenti agli orsi mi sono già ripresa, soprattutto perché..ATTENTI A CHE?! ORSI?!? Ma dico, scherziamo?! Oh no..Cesare..ecco che arriva la sbronza triste..come ci sarebbe stata bene una foto con un orso vero insieme a Cesare..!! Basta, non sono venuta fin qui in montagna per farmi sbranare da un orso nipponico, è ora di provare qualcosa di nuovo, qualcosa di estremamente giapponese...è ora del bagno pubblico nell’Onsen!



E come la mettiamo con l’ingresso vietato alle persone tatuate, perché nelle sacre acque dell’Onsen non vogliamo corpi violati e deturpati e nemmeno avere il dubbio di bagnarci insieme ad un affiliata della  Yakuza..?! Arrivo all’ingresso e informo la signorina che è la mia prima volta, lei mi ringrazia e si inchina, poi mi accompagna agli spogliatoi e mi fa prendere visione delle regole comportamentali: non schiamazzare, non portare nell’onsen il cellulare, prima di entrare nelle vasche lavati con acqua calda, se hai capelli lunghi gestiscili perché non diano fastidio alle altre bagnanti (questo Onsen è separato uomini e donne, altri no), non indossare asciugamani, se hai una brutta giornata non entrare nemmeno, se hai bambini controlla che non scassino le balle, non tenere atteggiamenti che oltraggino il pudore altrui, non occupare le vasche troppo a lungo, ovvero, fai spazio anche alle altre. Niente sui tatuaggi.



Mi da una micro pezzuola e se ne va. Mi guardo intorno, nudi integrali. Oh beh. Nella sala interna ci sono circa 30 postazioni con panchetto di legno, rubinetti a pressione e i meravigliosi catini di legno da rovesciarsi addosso, proprio come nei fumetti di Ranma!! Ci sono tutti i prodotti possibili per la cura e igiene del corpo. Ci si siede li e ci si lava, poi si entra nelle vasche ad alta temperatura, oppure si va fuori all’aperto dove c’è una piscina tra le rocce, con cascatella e pietre liscie su cui sedersi o sdraiarsi, è tutto pulitissimo e molto curato. Sto un po’ immersa tra le rocce, con la pezzuola sulla testa come nei cartoni animati, poi vado a fare il rito del bagno, perché mi piace troppo questa idea del bagno pubnlico, che dopo una giornata intesa ti prendi il tuo tempo e vai a coccolarti e a rilassarti. 



E lo fanno proprio tutto, anziane signore, ragazze che se ne vanno con kimono, mamme coi bambini..e io..la mafiosa italiana venduta al clan giapponese..anche se quando l’inserviente arriva a dirmi che non posso vagnarmi ho già bello che finito..e comunque lei non parla inglese e io non devo far altro che guardarla con gli occhi persi di chi non capisce cosa gli stanno dicendo. Dopo 7 volte di: Tattoo..Japanese..no..close..no thank you.. e braccia a croce, arriva con un asciugamano e me lo mette sulle spalle. Il tutto con una cortesia e una gentilezza impeccabili.
Concludo in bellezza con una bistecca al sangue di Hida, il manzo nero giapponese allevato per più di 14 mesi in queste valli.


Come da ordinamento..copio:” Si da questo nome solo ad un manzo il quale ha avuto la conferma dall’Ufficio Consiglio di promozione Marchio Hida-gyu di essere classe A oppure classe B come grado di rendimento e 5°, 4° e 3° grado di qualità di carne valutata con la classificazione di carne implementata dalla Japan Meat Grading Association.” 
Lo chef ama l’Italia..ha riprodotto lo stivale su una parete..Anami a luglio viene alle Cinqueterre..
















domenica 10 marzo 2019

Kyoto tra volpi e Torii, Nara dei cervi drogati e fuga verso le montagne innevate di classe A!!


09-10 Marzo 2019

Quante cose ci sono da vedere a Kyoto! Io ho deciso di spostarmi nel pomeriggio, ma mi sveglio di buon’ora e ho tutto il tempo di andare a prendere il treno, con il railpass, per visitare il bel tempio scintoista Fushimi Inari Taisha. La fermata è Inari, una o due se si prende il locale che fa tutte le fermate. L’ingresso è proprio di fronte alla stazione. Inari è anche il nome del Dio del Riso a cui è dedicato il tempio.


La particolarità di questo luogo, amatissimo dai giapponesi, sono le migliaia di porte rosse, i Torii, che percorrono i 4 km di sentieri fino alla cima della collina, sotto cui si passa e ci si ritrova in un mondo a sè. Ogni tanto qualche apertura permette di vedere il bosco, in mezzo al quale si è immersi.
Ogni tanto qualche tempio ricoperto di piccoli Torii, presidiati dalle immancabili Kitsune, le volpi messaggere del Dio Inari, dà la possibilità di prendere fiato prima di ricominciare la salita. 



Più si sale, meno gente si incontra, più l’esperienza diventa personale e introspettiva. E perché no..fare qualche foto senza nessuno tra le balle non dispiace affatto. Mentre arrivo al santuario sulla cima, guardando le volpi di pietra vestite con una mantellina rossa, il pensiero va a Cesare, perso in qualche angolo di Osaka. Ho ancora i suoi nastri e fiocchetti e visto che qui tutti fanno richieste al Dio Inari, ne faccio una anche io, e scendendo il versante opposto della collina, vesto tutti gli animali di pietra, nudi, che incontro, con qualcosa appartenente al piccolo Cesare, orsetto viaggiatore. 


Mentre scendo, incontro strani personaggi che salgono al santuario. Vorrei tanto chiedere il significato dei pon pon che hanno al petto e dello strano oggetto che portano sulla fronte, ma ahimè, il giappone è meno anglofono di tutti i paesi asiatici visitati finora.


Faccio a tempo a tornare alla stazione, che un fiume di gente si riversa in strada. Cambio binario e prendo un altro locale per Arashiyama, dove dovrei perdermi a vagare per ore in una foresta di Bamboo, in realtà poi, non rimarrò molto impressionata, perché lungo il sentiero che corre in mezzo alle alte canne, bellissime per carità, c’è troppa troppa gente è l’atmosfera si perde molto. Per cercare di vivere un’esperienza più solitaria, vado al Tempio Adachino, dove dovrei trovare un altro bel sentiero, ma ovviamente è in fase di restauro, e quindi mi restano da vedere solo le migliaia di statuette incolonnate nel cortile.


Giro alla ricerca dell’entrata est, per vedere se posso trovare qualche angolo di sentiero meno battuto, ma purtroppo è impensabile, visto il richiamo di questo luogo. Probabilmente sarebbe ideale venirci con le prime luci del giorno.


Torno a Kyoto a prendere il mio bagaglio e di nuovo sulla linea del mattino, mi accomodo sul locale per Nara. Tutte le fermate. Arrivo  che ho ancora la forza di arrampicarmi fino al parco per vedere i Cervi tossici di biscotti, che terrorizzano i bambini giapponesi. Questa si, è la parte più divertente della cosa, perché può anche essere idealmente caratteristico, che 2000 cervi girino indisturbati in un parco cittadino, ma dopo pochi minuti, vedendo il grado di assuefazione che hanno nei confronti del “deer biscuit”, spacciato come loro cibo preferito (come se in natura il cervo, oltre all’erbetta tenera si cibasse di prodotti da forno di forma circolare), si perde decisamente gran parte della poesia.


E a poco serve aggiungere che sono tenuti in gran considerazione dalla popolazione e venerati come divinità. E alla fine, i bimbi giapponesi che tirano per terra i biscotti disperati, sono proprio spassosi. In ostello ci offrono un flûte (attenzione!!) di birra e insistono perché impariamo a cimentarci con il kendama, un gioco locale di cui allego link perché non saprei come spiegarlo https://it.m.wikipedia.org/wiki/Kendama e neanche mi interessa.

Mi è piaciuto due minuti perché me lo ricordavo nella sigla di Yattaman, uno dei miei cartoni preferiti di quando ero bambina. Per sfuggire alla pressione del gran master di kendama, che ci vorrebbe tutti impegnati ad emularlo, mi siedo al tavolo di fronte a Leena, una ragazza tedesca molto bionda e molto blue eyes.


Chiacchierando mi racconta che è venuta a sciare sulle Alpi giapponesi e, cosa che ignoravo completamente, pare che il Giappone sia lo spot numero uno al mondo per gli sport sulla neve, questo grazie a fiocchi molto piccoli, grazie all’acqua e grazie al vento che viene dalla Siberia, che conferisce a questa neve una sofficità unica! Parole sue! Non posso che crederci e rimanere estasiata di fronte a questi tecnicismi..io non ne sapevo niente di questo ennesimo primato giapponese!! Addirittura meglio della neve canadese, mi dice Leena!
La serata non offre altre sorprese, perciò ci si ritira nella terribile camerata mista, tra orsi che russano e pareti in legno dal rimbombo amplificato. Un vero incubo, la ciliegina sulla torta è il mio vicino di letto, che lascia suonare la sveglia un quarto d’ora e quando gli tocco un piede per farlo svegliare, lancia un urlo come se lo avessero deflorato. Sti uomini di oggi..io non so proprio..


Abbandono in tutta fretta la baracca, che per una notte mi ha ricatapultata in Birmania, quando ormai speravo di essermi lasciata alle spalle il capitolo ( lo so, è inglorioso, ma ci vorrà un po’ di tempo per somatizzare) e raggiungo la stazione, senza neanche la voglia di dare una seconda possibilità alla città, non ho neanche voglia di andare a vedere il grande Buddha di Nara, tanto mi escono da tutti i pori i Buddha! Prendo il treno per Kanazawa, senza sapere bene cosa troverò al mio arrivo. Un po’ mi allarmo quando vedo montagne innevate decisamente troppo vicine, subito scruto l’abbigliaento degli altri occupanti del vagone, per capire se stiamo andando verso un inferno polare, ma mi sembrano pure più leggeri di me. Con la vista a raggi X scruto passanti in strada per capire se hanno freddo, mi sembra tutto nella norma..non mi resta che scoprire cosa sono venuta a fare qui!

venerdì 8 marzo 2019

Kyoto, tra kimono, carne di kobe e pavimenti che se la cantano!


07-08 marzo 2019

Oggi  mi sposto ancora e da Himeji in un' ora arrivo a Kyoto. Sono super curiosa di scoprire questa cittá che tutti mi hanno consigliato di visitare. Sulla carta ha tante cose da mostrare, ma soprattutto qui pare sia molto diffuso tra le ragazze, indossare il Kimono tradizionale per recarsi ai Templi. Quale migliore meta quindi, come prima scelta, recarsi nel vecchio quartiere Gion per camminare un po tra vicoletti stretti e antiche dimore.


Per arrivarci passo in mezzo al Nishiki food market, interessante strada al coperto dove si vende e si prepara ogni tipo di leccornia da passeggio. Un pó turistico, un pó snervante per quell' incedere funeralesco, anche perché i giapponesi non sono cosí ordinati nel rispetto delle corsie come mi aspettavo. Sapendoli cosí precisi mi aspettavo che andassero tutti incolonnati, rispettando le due direzioni di marcia, invece no, in questo peccano!


Il quartiere é veramente pittoresco, ogni casa nasconde un bell' atrio, un giardino curatissimo. É facile vedere le scarpette fuori dalla porta scorrevole, dietro la quale si nasconde un pavimento di tatami su cui camminare a piccoli passi. Gruppetti di ragazze con kimono e borsette si aggirano per le strade, coloratissime. Sbuco di fronte ad un ponte che attraversa il fiume Kamo, seguo altre ragazze kimonate e mi ritrovo sulla strada che porta al Tempio Yasaka nel parco Maruyama.


É molto imponente e frequentato. Poi quando inizia a far freschetto perché si fa sera, il mio stomaco mi fa sapere che avrebbe tanta voglia di una bistecca di Kobe, visto che ci siamo passati col treno. In realtá abbiamo letto, io e il mio stomaco, che in tutto il giappone si allevano bovini, non solo a Kobe, e spesso prendono solo il nome della regione in cui vengono allevati. Infatti, tra i gourmet giapponesi sono altrettanto famose le carni di Matsusaka e Yonezawa. La carne di Kobe si distingue per la sua tenerezza, il sapore e la marmorizzazione. Effettivamente é davvero deliziosa, il giovane cuoco che me l' ha preparata l' ha cotta a puntino affinché potessi assaporarne il sapore e la perfetta consistenza.


Ovviamente é stato il pasto piú caro finora, ma a giudicare da quello che ho letto sul web, me la sono cavata davvero onestamente. Circa 4900 ¥ ( 39€ ) per una bistecca da 240 gr e una birra. Ah, ovviamente quelle cagate che le massaggiano con la birra o il sakè non sono vere..! Soddisfatta torno al mio ostello e l' indomani alle 9 sono giá in strada verso il parco del Tempio scintoista Kitano Tenmagu. Ci sono tanti alberi in fiore, bianchi e rosa, alcuni coi boccioli piccoli e altri belli grandi. Il Giappone ha studiato proprio bene dove piantare questi magnifici alberi, perché l' effetto che fanno, quando allungano i rami fioriti verso i tetti ricurvi é veramente pittoresco ed elegante.


Gli scenari in Giappone sono pura poesia. Tornando indietro dal tempio mi fermo su un banco che vende kimoni di seconda mano per poco. Rovisto su un banco finché ne trovo uno bianco immacolato, di seta, che sembra nuovo. La simpatica signora mi fa capire che non é un kimono, ma la veste che va portata sotto, come intimo, diciamo. A me sembra una perfetta vestaglia, quindi me la voglio provare sopra i vestiti, tanto per capire l' effetto che fa. Visto che sono curiosa e le faccio un sacco di domande, a cui lei risponde con una parola in inglese e 10 in giapponese e non se capimo, per far prima agguanta un kimono rosa, che mai io avrei scelto e me lo infila.


Parte tutto un rituale di vestizione complicatissimo, il sotto,l'intimo, si chiama haneri, un nastro per tenerlo chiuso, il kimono, un'altro nastro per tenerlo chiuso, l'obi, che é quella fascia rigida che va tutta intorno alla vita, poi il fiocco che si incastra nella fascia e deve stare sul retro, un' altro nastro che si spinge sotto la fascia ma un pó deve spuntare che si chiama obiage e poi una piccola fettuccia da legare sopra l' obi, chiamata obijime. Sono decisa ad averne uno tutto mio, quindi inizio a sparare colori e lei mi aiuta a cercarli. Poi mi butto sul nero e trovo quello che mi piace, ma costerebbe più di 5000 ¥. Mi ributto a cercare in quelli piu economici, e dopo un po di ricerca infruttuosa mi fa capire che me lo lascerá a 3000. C'é da aggiungere l' obi. Passiamo un' altra mezz' ora a cercare il colore che potrebbe abbinarsi, é molto difficile perché c'é il conflitto tra la sua tradizionalitá e il mio rifiuto per troppi colori mischiati assieme. Si diverte un sacco a fare le prove mentre io storco il naso.


Mi butto su un obi nero di seta con decorazioni in tinta, lei scuote la testa, ma poi ammette che sta bene. Arriva in soccorso una giapponese che vive in America e mi spiega che ho scelto un kimono da matrimonio e un' obi da funerale! Mi scappa una risata, ma non lo cambio, é cosi tipicamente da me!
L' amore e la morte a braccetto! Alla fine me ne vado con il mio sacchetto super pesante, pieno di tutti i pezzi, di cui ho pagato solo il principale, perché il sotto, l' obi e le varie fasce e nastri, la fantastica lady me li ha regalati, per tutte le volte che l'ho abbracciata e le ho lisciato i capelli, mentre il marito ci osservava sorridente, ripetendo "kawaiiiiii"!
Passo all' ostello a mollare il bottino e vado al palazzo imperiale a passeggiare tra i giardini e i bambini che giocano a baseball!


Come gli piace il baseball ai giapponesi..e che seguito le partite alla tv!! Sono molto, ma molto più fighi degli americani!
E come ultima tappa della giornata, giá che il sole é ancora li e sta scendendo per far risplendere gli intarsi dorati delle porte del castello, pago il biglietto di 600¥ e corro dentro. Questo palazzo, rispetto ai precedenti, sviluppati in altezza, presenta invece un solo piano e si trova in pieno centro, non soprelevato.


La sua particolaritá sono i dipinti che si trovano sulle pareti e sulle porte scorrevoli, raffiguranti tigri, bambú e anatre selvatiche in volo. Mentre scalza cammino lungo la passatoia che ricopre i pavimenti in legno, non posso fare a meno di notare che scricchiolano in modo davvero strano, mi viene spiegato che si chiamano uguisubari, pavimenti dell' usignolo, perché venendo calpestati, i morsetti e i chiodi posti sotto la superficie, sfregano tra loro producendo un suono che ricorda il verso dell' uccello.


Questo era un ingegnoso allarme dell'epoca Edo (1600) per smascherare le infrazioni dei ninja che col favore delle tenebre venivano ad attaccare lo shogun. Mi mangio uno Gyudon, carne di manzo con cipolla, fatti bollire in salsa aromatizzata con dashi, salsa di soja e mirin, e poi versati su riso caldo e guarniti con cipollotto e rafano. Non prima ovviamente di aver ordinato e pagato, tramite display con immagini e opzioni aggiuntive, all' ingresso del locale!