lunedì 12 ottobre 2015

Dìa cuatro: aventura en la cueva


Sabato diez de Octubre,
por la noche
Directamente da la tienda de los flores
in Tulum.
Sucesivamiente de la amaca en el Jardin

Abbandonata a malincuore la nostra stanza al Playa Natural, salutiamo il vecchio Isidro, che abbiamo fantasticato essere alla stregua del maestro Miyagi, all' apparenza un vecchio rincoglionito che si rivela un fine conoscitore delle arti marziali e ci piazziamo sulla strada principale in attesa del primo taxi che ci raccolga e ci porti al deposito dei combi per continuare la nostra discesa verso il sud del paese.

Essendo gli ultimi avventori ci guadagniamo i posti d'onore vicino all'autista così Terry può fotografare tutti cartelli stradali che ci vengono incontro, mentre io fingo di leggere il giornale.
Il combi ci lascia davanti all' ingresso del Cenote dos Ojos, a meno di 20 km dalla nostra destinazione finale di questa giornata, Tulum.

C' è prima da spiegare cos'è un Cenote: diversi opuscoli parlano di pozze d' acqua createsi dal cedimento del suolo e in effetti alcuni sono proprio laghetti in cui immergersi, ma nel concreto pare si tratti di fiumi sotterranei, che in alcuni punti, erodendo la superficie della terra escono allo scoperto palesandosi in tutta la loro cristallina bellezza, tra grotte, anfratti, stalattiti e colonne sommerse.
All' ingresso dell' area ci accolgono Miguel y Juan, due piccinissimi hermanos con la faccia sorridente, talmente piccoli da farci sentire dei giganti, Juan ci accompagna in auto per i 2 km di parco che ci separano dal cenote, raccontandoci della riserva che stiamo attraversando dove vivono giaguari e altri animali in libertà, uno scoiattolo ci attraversa la strada.

Ci immergiamo nel primo occhio, che visto da fuori  sembra semplicemente una pozza d' acqua statica sovrastata da un tetto di roccia scura e irregolare, mentre sotto nasconde un regno profondissimo e misterioso. Dove la roccia sembra creare un limite invalicabile, appena sotto il pelo dell' acqua si aprono invece spazi infiniti da esplorare..i divers sul fondo, con le torce illuminano gli anfratti e io li seguo da sopra, nuotando tra le bolle sprigionate dai loro respiratori, mi faccio solleticare la pancia dalle bolle mentre mi sembra di essere l' occhio di una telecamera che riprende un' avventura nelle profondità della terra.
E' bellissimo quello che sento. Piccoli banchi di pesci sfilano davanti alla mia maschera, tutti insieme, un gruppo compatto e ordinato, quindi mi lancio all' inseguimento, per nuotargli in mezzo e vederli aprirsi a ventaglio per poi ricomporsi una volta che sono passata. E' ora di esplorare il secondo occhio e prepararsi a rimanere a bocca aperta..(metaforicamente, chiaro!)
Anche qui, sembra di trovarsi in un semplice laghetto coperto, ma appena sotto il pelo dell' acqua, un mondo sommerso e immobile, fatto di stalattiti che dal soffitto si tuffano in acqua, intorno alle quali puoi nuotare, stanze infinite si aprono per metri, impreziosite da concrezioni che dal suolo puntano verso l' alto e tu ti immergi guidato da quella curiosità e dal desiderio di scoperta, sempre più giù, con la torcia in dotazione scandagliamo i fondali, illuminando piccoli organismi e tesori di roccia, gruppi di pinnacoli come una famiglia di barbapapà ci guardano dal fondo, colonne bianche e sinuose si allungano sott' acqua, custodi di questo magico tempio eterno e quasi inviolato.


Ci infiliamo in un immaginario corridoio di stalattiti fino alla grotta del murcielago, si sta al pelo dell' acqua, il soffitto è troppo basso per alzare la testa, quindi si respira col boccaglio, vado sotto per avere più visibilità ma mi accorgo che tra sopra e sotto è tutto diverso, sopra il pelo dell' acqua lo spazio è ristretto e bisogna limitare i movimenti, sotto invece ci sarebbe spazio per un capodoglio, riemergo un pò troppo ottimista e cozzo contro il soffitto, pareti intorno, panico, bevo. Adesso so come si può facilmente perdere la calma nelle grotte marine. Terry mi soccorre e riemergiamo in una stanza pseudo circolare, quasi completamente buia ad eccezione della luce che filtra attraverso un foro sul soffitto.
A naso in su, contempliamo una volta costellata di piccoli candelotti di roccia chiara da cui pendono e a cui si aggrappano decine di piccoli pipistrelli neri..ed è qui che vi presentiamo la Stephanie, si perchè la poesia è bella, suscita emozioni, ma il gossip..il gossip è irrinunciabile. Come spesso accade, ad ogni attività di gruppo, escursione o visita guidata si prenda parte, corrisponde un partecipante idiota, è proprio un' equazione imprescindibile. Ma, quando la demenza si presenta in coppia allora si è di fronte all'esperienza delle esperienze, una sorta di incontro ravvicinato del massimo tipo. Stephanie e il suo compagno, già sono di nazionalità differenti, quindi è bene sottolineare che già tra di loro NON si capiscono, questo naturalmente spiega come sia possibile che due esseri del genere possano relazionarsi in un rapporto di coppia che non sia quello che giornalmente abbiano con i calzini, gli occhiali da sole o il proprio telefono cellulare. Lei parla spagnolo, quindi dovrebbe essere avvantaggiata in questo contesto, ma darà prova del contrario abbastanza presto, lui è americano, quindi per diritto di nascita (chissà quale!?) il Cenote è suo!
Stefanie fuori dall' acqua cammina come una papera con le infradito, e dentro l' acqua nuota alzando schizzi con i piedi talmente alti che se la Cagnotto ne alzasse la metà dopo un tuffo da 10 metri, i giudici, all' unanimità, la squalificherebbero a vita dalle competizioni. Con sdegno pure. Bollata a vita, marchiata a fuoco con il divieto assoluto di avvicinarsi a qualsiasi piscina, fiume o pozzanghera, pena la gogna nella pubblica piazza. Oltre a questo, ha la vista di un cavallo coi paraocchi. Se ti nuota a fianco può travolgerti senza batter ciglio, passa come un caterpillar, ti smembra le braccia con le pinne e prosegue indisturbata verso la sua meta. All' occorrenza si trasforma in luccio di mare perdendo cosi la vista frontale e travolgendoti nuovamente, sempre senza proferire scuse. al terzo contatto ravvicinato, mi giro a guardare Terry e lo interrogo a tal proposito : "Ma..ma non mi vede? Ma non ce l' ha la maschera?" Lui attraverso il boccaglio mi risponde "Si ma lei ha quella di carnevale"..stò per soffocare! La grotta riecheggia, gli altri Snorkies riemergono per guardarci.
Finita l' avventura nel Cenote, Stephanie è dispersa, incrociamo Lui che la cerca tra i cessi e il banco delle mute, ma di lei non c'è traccia..l' ultima sua frase, che verrà usata come epitaffio sulla tomba che conterrà una maschera e due pinne sarà quella proferita nella grotta del Pipistrello "andiamo via di qui, ci sono troppi animali". Il sacrificio dei Maya assicurerà il buon raccolto per un altro anno.


sabato 10 ottobre 2015

Isola di Cozumel - scassoni, murales e mar dei caraibi

Sabato diez de Octubre
Playa del Carmen
Horas :Siete de la manana


E anche questa mattina, nel silenzio del salottino di Playa Natural, fronte a la ventana cerco ispirazione. Terry mi chiama "piccola Hemingway", non è difficile avere lo sguardo perso in queste albe messicane, rincorrendo immagini e pensieri per cercare di raccontarli come li si è vissuti. Ci si prova. La traduzione non sempre è all' altezza delle emozioni. Quasi mai.
Cozumel non ci aveva attratto particolarmente, ma in qualche modo ci siamo ritrovati a percorrere tutta la Avenida cinco hasta el tope per imbarcarci sul ferry che ci ha rigurgitato sull' isola, insieme ad uno sparuto numero di curiosi.

Se possibile la giornata è ancora più calda delle precedenti. Non so se è per evitare il panico o per arretratezza, ma in giro termometri o pannelli che indicano la temperatura non se ne vedono, e forse è meglio così. Cerchiamo l'ombra lungo la strada principale che è completamente esposta al sole, non fosse per le folate di aria condizionata che fuoriescono dai negozi uno in fila all' altro saremmo sciolti, ci infiliamo nella rentadora e noleggiamo il nostro primo mezzo di quest' avventura: un motorino scassone che dopo 300 metri è già morto! Torniamo indietro a spinta, più infiammati per la rabbia che per il caldo, aumento il passo perchè voglio essere io a mangiare la faccia a quel cerdo di Antonio che ce l' ha appena consegnato. Entro nel tugurio spoglio che fa da garage e sbatto l' elmetto sul banco mentre stà facendo firmare il contratto numero 1002 ad altri due fiduciosi clienti e gli intimo " cambiami subito sto motorino prima che mi incazzi! ". Lo guardo brutto. Lui poco si scompone e chiama Miguel che tira fuori dal garage un altro scassone da portare in strada. Ripartiamo.
Inizialmente in silenzio. Facce lunghe, non vedo quella di Terry che è intento a guidare ma la immagino, visto che tra i due io sono quella calma..e ho detto tutto! Arieti..fuoco..e ci dispiace per gli altri!
Io stò maledicendo di essere su quest' isola, lui forse anche, fatto sta che continuiamo ad andare avanti alla ricerca di non so che, ma qui ci sono tutti questi beach club e mi sento condannata a uniformarmi all' idea di vacanza consumistica, ma non può essere tutto così. Continuiamo ad andare avanti, la mappa indica che sul lato opposto dell' isola ci sono anche spiagge " naturali ".
La Punta Sur, la curva fricchettona è la nostra prima fermata, qui un baretto con tetto di paglia da il benvenuto ad avventori rasta e non. Proseguiamo finchè Terry localizza quello di cui abbiamo bisogno: un cocco da bere e poi da mangiare a pezzi, mentre sprofondo i piedi nella sabbia morbida e fine in riva al mare. Quando ha queste iniziative segrete mi riempie il cuore quel Terry li! E finalmente sorridiamo!

Il sole picchia verticale, qualche nuvola ci da sollievo lungo il viaggio su questa unica strada che percorre l' isola; sulla nostra destra il mare e ormai neanche più l' ombra di un beach club, per la mia soddisfazione, sulla sinistra acquitrini dove si bagnano pseudo cormorani e affini o selve fittissime di un verde rigoglio. Di tanto in tanto, su qualche palo bianco, stà appollaiato un avvoltoio nero..il contrasto è ineccepibile. Su un lungo spiaggione di sabbia d' oro troviamo gli ombrelloni di legno e paglia già visti a Cancun e finalmente ci scolliamo dalla sella dello scassone, l' acqua è più calda che fresca, la sabbia soffice sul fondale basso ci invita a camminare tra le onde verdi, stiamo dentro l' acqua due ore, sbeffegiando i turisti che arrivano, parcheggiano i Maggioloni colorati a bordo strada, si mettono in posa sulla palafitta di legno con il mare alle spalle e se ne vanno, senza godere in pieno della frescura rigenerante del mar dei caraibi.


 Il sole inizia ad abbassarsi e la luce si fa più morbida e languida, mentre montiamo in sella ancora impanati di sabbia d' oro e raggiungiamo un chioschetto lungo la strada per rifocillarci a zumo de manzana (mela) e thè verde al mango, sgranocchinado botanas (eh, lo so...).
Mentre ci riavviciniamo alla civiltà iniziano a ricomparire sulle case i meravigliosi murales che decorano tutti i luoghi visitati finora...se c'è qualcosa che non manca in Messico è l' espressione, l' arte, i colori e la poesia, di immagini e parole fissate eternamente sui muri delle sue strade. Abbiamo deciso di impiegare quest' ultima ora a scovarli tutti, perciò molliamo lo scassone alla rentadora, non senza un ringhio da parte mia per ribadire il concetto e ci tuffiamo tra i vicoli di Cozumel.

Cellulari alla mano, macchina fotografica, bottigliette di manzana fresca e succo di cocco e ananas, cioccolatini fatti a mano al lime, tequila e cocco, o al mezcal e peperoncino..e il sole si abbassa e avvolge tutto, arrotonda gli spigoli, ammorbidisce i contrasti. Il mare diventa grigio e la luce si arrossa sull' orizzonte, perde d' intensità fino a sparire dentro l' acqua mentre con gli ultimi raggi infiamma le nuvole e colora i contorni. Pace. Animo quieto. E l' umano giusto con cui condividerlo.


venerdì 9 ottobre 2015

Tappa Dos: Playa del Carmen


Manana numero 2:
Io e Terry decidiamo di spostarci lungo la costa un pò per volta, quindi ricomponiamo gli zaini e dopo aver salutato Alicia, la nostra hotellera e la sua bimba bellissima Isadora, ci incamminiamo sotto il peso degli zaini e un sole infuocato verso la parada del bus R6, che non troveremo e a cui preferiremo il passaggio di Gregorio il tassista.
Una volta sul combi (bus locali a buon mercato) diretto a Playa del Carmen ci godiamo il tragitto tra i sali e scendi degli autoctoni, le frenate al limite, dell' autista che se non ci fossero i sedili davanti a fermarti saresti di lungo spiaccicato contro il vetro e i mille cartelli stradali che si susseguono senza posa per ricordarti di visitare questa o quella attrazione, naturalistica o artificiale.


A Playa fa un caldo disumano, il nostro cuarto è situato in una palazzina non troppo lontano dalla Avenida cinco, ulteriore zona turistica da americani che amano farsi svuotare le tasche con divertimenti posticci. Facciamo un giro per renderci conto ma diventiamo subito critici e preferiamo allontanarci..i nostri discorsi, per citarne uno sono di questo stampo: "guarda quello lì, che faccia da coglione..si un coglione da 5000 pesos a notte..che schifo..che poi,  dormirai anche in hotel super sfarzoso, ma sei sempre un coglione!" . Ecco, io lo so che quando si prende questa piega qua, è meglio tornare alle Avenidas limitrofe, quelle con i localini caratteristici, con le proposte tipiche dove gli avventori sono principalmente messicani e dove oltre a mangiare bene e bere meglio, puoi assaggiare anche la miglior tipicità del luogo: sorrisi inclusi nel servizio e la curiosità di scambiarsi informazioni come sanno fare ancora i veri esseri umani. E allora Tequila!!


 Vista la "sbranda" della sera precedente, sono titubante nel constatare che Terry desidera ordinare un Margarita, non credo che il suo corpo da oggi abbia deciso di reggere meglio l' alcol  rispetto a ieri, ma sembra così convinto che non me la sento di fare l' avvocato del diavolo. "Senor, dos Margaritas", ordina al camarero che torna entro pochi minuti con due coppe ricolme.... e un immaginario biglietto per la "cama" che di li a poco verrà il povero Terry riverso sulle lenzuola da cui non si alzerà più fino alle 6:3o della mattina dopo!

Naturalmente non prima di aver collezionato un pò di figure de mierda al supermercato, dove tocchiamo e maneggiamo ogni assurdo frutto che ci capita per le mani, mentre un commesso con cuffietta in testa e microfono si aggira lungo i corridoi informando attraverso le casse (esatto..non gli altoparlanti, la filodiffusione o altre diavolerie moderne..ma casse da concerto, appoggiate ad altezza orecchio su bancali colmi di prodotti) del quantitativo di offerte e promozioni di oggi! Molto anni 80!
Successivamente, da buona psicopatica in vacanza, indosso il mio completo da crossfit e mi lancio in una corsa tra le strade sconnesse che si estendono intorno al nostro appartamento, durata totale della pratica: 15 minuti. Quando al mio rientro, marcia di sudore, Terry apre un occhio per sincerarsi che non sia Isidro il vecchio proprietario della posada, mi chiede sbiascicando "ma sei già tornata? Quanto è passato..dieci minuti?". Io punta nell' orgoglio e ancora ansimante per lo sforzo appena sostenuto rispondo falsissima " ehm..stava venendo buio, non volevo che ti preoccupassi!", il naso mi si allunga talmente tanto che quando faccio per voltarmi per raggiungere la terrazza dove mi concederò un fresco stretching tra le zanzare, per poco non buco l'armadio.
Terry ritorna riverso a faccia in giù, per nulla preoccupato, ancora tronfio di Margarita.


giovedì 8 ottobre 2015

Que viva Mexico - iguanas, mar dei caraibi, tacos y margaritas



Jueves 8 de Octobre Dosmilayquince
Cancun, Manzana 26, Super Manzana Lote 13 24 27
Ore 5 (cinco) : 15 (y quince ) de la manana.

Fuori piove e dentro i condizionatori cantano.
Approfitto di questo momento di insonnia per cominciare il racconto di viaggio messicano che finalmente si sta compiendo.
Voy a empezar..
Pensiero n.1 del 06/10 ore 5:20 - " un aereo che parte alle 10:10 da Malpensa NON è un buon orario per due che vivono a Genova!"
Pensiero n.2 de lo mismo dia, poquito mas tarde: " ma che cccce frega, siamo in ferie!!!!


Dopo circa 10 ore e 15 di volo caratterizzato per lo più da sonno e posture assurde per conciliarlo, la città di Miami, FL. , primo porto di sbarco statunitense, ci accoglie con le mille formalità doganali americane, istituite senza ombra di dubbio, per instillare nel viaggiatore che ha disposizione meno di un paio d'ore per il connecting flight, la certezza matematica che rimarrà a terra, mentre il suo volo per Cancun stà pigramente sorvolando l' Atlantico. Neanche il timido ammiccamento di Mr. Miller, il simpatico addetto al controllo dei passaporti (corredato da registrazione delle impronte digitali) della cabina 58, che non nasconde il suo rammarico nell' aver appurato che Terry NON è mio fratello, mi distoglierà dall' ansia di vedermi con il naso schiacciato contro il vetro del gate chiuso, a fissare la coda del Boing 737 che si allontana dal suolo.
E invece no, abbiamo persino il tempo per un tramezzino al tacchino refrigerato che ci blocca le funzioni vitali!
Il viaggio è breve stavolta e alle 6 del pomeriggio circa siamo a destino.


Un viaggio in bus fino al terminal in centro e mi si presenta già il primo deja vù, i cubicoli di cemento squadrati che ospitano piccoli negozi di alimentari, agenzie di cambio e paccottiglia per turisti dal cattivo gusto, i pali della luce, i taxi scarcagnati che ingurgitano clienti, hanno un' assurda somiglianza con la Tailandia, l' unica differenza è che qui non hanno i tratti orientali..anche se poi non è sempre vero!
I tassisti discutono tra loro su dove potrebbe essere ubicato il nostro appartamento, pare che le informazioni che abbiamo non siano così dettagliate perchè indicano il quartiere, la zona ma non l' incrocio delle due strade che è il riferimento che necessitano, abbiamo già capito che orientarsi non sarà facile, poi uno di loro si "illumina" e partiamo fiduciosi verso Avenida Palenque, fine della corsa: Calle Primero de Mayo. Ci accolgono i latrati di un cane color caramello che ci mette in guardia dalla terrazza della casa che costeggia la lingua di cemento che attraversa il prato che conduce alle villas. La nostra è la 27. "Poco casino", dice il perro " de donde vienes y a donde vayas!" annusa l' aria impregnata di informazioni mentre ci allontaniamo dal suo campo visivo e pare che questo gli basti, perchè ai successivi passaggi si limita a riconoscerci e a starsene quieto sul tetto da cui troneggia.

Molliamo tutto e usciamo bramosi di stuzzicherie messicane, con tutti i dubbi del caso, riguardo al mangiare o meno dai negozietti che si affacciano sul marciapiede della avenida : no cose crude, non verdura malcotta, no frutta senza buccia, no acqua non confezionata, no ghiaccio. Dopo 300 metri siamo seduti sugli sgabelli di una tienda de Tacos a gustare il nostro primo "Takinn" di farina di mais cotto sul carbone, a base di queso filante, pomodori, insalatina, peperoncini lunghi e terribimente piccanti e tante altre prelibatezze che condiamo con salse dai nomi irripetibili, tutti immancabilmente vezzeggiativi. Accompagniamo il tutto con due bevande a base di frutti.

Strinati come cocchi facciamo ritorno satolli alla nostra camera. Nel silenzio della notte, qualche ora più tardi, esco fuori a dare uno sguardo al cielo messicano, costellato di tanti piccoli occhietti luccicanti che ancora una volta non so riconoscere, ma che mi allungano le labbra in un sorriso. Ci sono. Sono di nuovo in viaggio. Rientro e sono felice di non aver svegliato Terry. Questi sono momenti da non spiegare..
La mattina il sole accende di indaco il cielo sopra la nostra casetta, c'è un corridoio tra la camera e il bagno, senza soffitto, da cui si osserva un rettangolo di cielo limpidissimo, la piccola vichinga dentro di me scalpita per andare fuori ad esplorare,  quella grande la calma con maestria: "rilassati, abbiamo un mese di tempo per vedere tutto". Di comune accordo ce la prendiamo comoda.
La mattina dopo ci avventuriamo a prendere un autobus, e scopriamo la fantastica guida degli autisti messicani, mi chiedo il perchè di tanta scarsità di piloti autoctoni nel mondo dei rally..

Una bella passeggiatina lungo la strada principale che costeggia la zona hotelera, tra cartelli ansiogeni per Terry in cui si elencano le norme comportamentali da tenere nei confronti dei coccodrilli che potrebbero infestare gli acquitrini paludosi adiacenti al marciapiedi che stiamo percorrendo..mi guarda un pò perplesso come se si aspettasse che lo rassicurassi sul riconosciuto umorismo dei messicani, preferisco non enunciare la moltitudine di indicazioni ben peggiori incontrate nel mio peregrinare australiano, sia mai che un giorno esprima il desiderio di visitare anche quel mondo là..!

Intanto qui fa il primo incontro ravvicinato con le Iguanas, che immobili e incomprensibili ci guardano oltrepassarle all' ombra degli alberi. Ci fermiamo a Playa de las Perlas dove c'è una fine sabbia bianca, degli ombrelloni di legno e paglia sparsi qua e la ad uso gratuito di chi vuole schermarsi dal caldo sole caraibico e il mare con l' acqua più calda che abbia mai sentito. Terry rimane a mollo per un numero di ore imprecisato. Mi si sdraia accanto rugoso come Benjamin Button all' uscita dall' utero!
Il pomeriggio prosegue tra sospiri di beatitudine, qualche capatina ad esplorare le casette che si affacciano sulla spiaggia, alcune con scivoli che dalla porta finestra della camera ti allungano fin dentro alla piscina, per gente che fatica a svegliarsi, altre con statue a grandezza naturale di Poseidone piazzate sul poggiolo del primo piano.

Sulle nostre teste piccoli pterodattili in miniatura si stagliano neri contro un cielo indaco, due venditori di mandarini e pepitos attraversano la spiaggia, i bambini mangiano in acqua empanadas e rape rosa. Gli alberi dai rami ritorti reggono le amache colorate. Si dondola.
Il silenzio impera fatta eccezione per un sottofondo di musica tradizionale messicana, molto piacevole, gentilmentelmente offerto dalla limpiadora dei servizi igienici alle nostre spalle, che adagiando il suo smart phone sul ripiano del lavandino di ceramica del cesso (ahhhh come mi piace inserire una parola "vulgaris" in mezzo alle altre!) dei disabili, crea inspiegabilmente una cassa di risonanza tale da allietare la piccola spiaggia!

Rincasiamo per darci una sistemata prima di affrontare la Cancun Turistica, quella dei beceri americani in vacanza con gli appetiti da soddisfare, grandi mangiate, clichè ignoranti sui costumi locali, baracconi danzerecci alcolici corredati di raggi laser e schiuma party, personaggi creati dalla vicina macchina da soldi hollywoodiana in giro per le strade a posare in cambio di spiccioli. Un altro deja vù, sono tornata a Patong (Thailand), lungo lo stroll dei locali notturni, dove centinaia di procacciatori vendono i ping pong show come ultima frontiera dello spettacolo per turisti, le palline da ping pong non sono le uniche protagoniste della questione..

Viaggiare è anche vedere come viaggiano gli altri, buttare un' occhio su cosa si aspetta la gente dai posti che sceglie come meta per qualche giorno all' anno. Poi decidere cosa ci si aspetta dal proprio e in quale modo spendere tempo e denaro.
Ci facciamo quindi servire un margarita all' aperto direttamente dalla capoccia del camarero, assaggiamo qualche altra tipicità, Terry è già andato dopo una Sol, birra simil corona della gradazione alcolica del 4,2%.
Il frastuono dei clubs lo risveglia dal torpore e come un bambino in un immenso parco giochi gira la testa in ogni direzione per fare indigestione di immagini e stramberie, gli alti volumi delle hits che hanno già accompagnato la nostra ormai conclusa estate, impazzano qui dove l' estate è alle porte..all we need is somebody to lean on! eeh ooh eeh ooh eeh ooh eeh ooh". Come due cyborg a corto di carica, il nostro corpo, da perfetto orologio qual'è, si ricorda che a casa nostra a quest'ora si spengono le luci e senza possibilità di opporsi inizia la fase dello spegnimento. Il seguente viaggio in autobus è tutto un ciondolare di teste su colli che vorrebbero abbandonarsi al tocco del cuscino, i miei occhi rifiutano di rimanere aperti e il mio cervello se ne frega se potrei risvegliarmi a Tulum una volta giunti al capolinea.

Fortuna che Terry conserva un briciolo di energie per localizzare la fermata più vicina al nostro incrocio e trascinandomi come un carrello della spesa con le rotelle storte, mi tira giù dall' autobus mentre gli verso addosso anche l' ultimo residuo di acqua rimasta nella bottiglietta privata del tappo, lui ignaro si tocca i pantaloni e si annusa le dita terrorizzato dalla possibilità di essere stato "spisciazzato" dal suo vicino sul bus. Non apro neanche gli occhi, vado a traino, un rimorchio di 56 chili, nella calura della notte messicana.



lunedì 23 marzo 2015

#Belgio#Bruges#Bergues#inviaggioconmammà!

Un anno è passato, spesso mi ritrovo a pensare a dove fossi l' anno scorso di questi tempi. Guardo magari la data sul calendario e mi ritrovo a pensare " l' anno scorso in questo giorno ero tra gli alberi di Karri nel Western Australia, oppure in questo momento un anno fa stavo guidando tra le colline fuori Adelaide. Non mi intristisce perchè so che  i tempi saranno ancora maturi e sto lavorando solo allo scopo di ripartire, ma nonostante ciò mi sono accorta di aver bisogno di staccare un pò prima di iniziare la devastante stagione estiva che impegna la ristorazione. 
Non mi ricordo neanche come ci sia arrivata, ma ho pensato che prima o poi mi sarebbe piaciuto visitare Bruges, ho subito visualizzato le immagini della grande piazza su google e mi era sembrato di riconoscere il campanile dal quale Antoine Beilleul suona il cosidetto "Carillon" e da cui fa la proposta di matrimonio ad Annabelle con la complicità del suo capo dell' ufficio delle poste Philippe Abrams nel film "giù al nord" di Dany Boon. 



Poi mentre i pensieri si perdevano tra le rimembranze delle varie scene comiche , ho pensato ad una ragazza che avevo conosciuto in Australia nel 2010 mentre mangiavo pane e nutella aspettando di vedere il tramonto su Uluru. Ci eravamo messe a parlare di film francesi e il suo compagno mi aveva detto che lei abitava proprio in quel paesino dove girarono la pellicola. Avevamo fatto pure una foto insieme ma ci eravamo scordate di scambiarci le mail, anche in occasione del nostro secondo casuale incontro, cosa degna di nota in un paese grande come l' Australia, ad Airlie beach mentre stavo prenotando una gita in barca a vela nelle Whitsunday Island. Lei mi aveva raccontato di aver sorvolato la barriera corallina in deltaplano, ma mi è sempre rimasto il rimorso di non averle prestato troppa attenzione in quell' occasione, perchè troppo presa a capire di più sulla mia imminente traversata. 


Pochi giorni dopo mi arriva un' offerta ryanair sulla casella di posta e tra altre 4 o 5 mete c'era pure Bruxelles distante un centinaio di chilometri dalla mia meta. L' ho presa al volo e ho iniziato a guardare la cartina per pianificare un itinerario: un giro di 8 giorni in cui percorrere in treno le distanze tra la capitale del Belgio, Gent, Bruges, Anversa, sforare in Olanda ad Amsterdam, Eindhoven e richiudere il giro con Liegi e Namur.
Eppure qualcosa non mi tornava..io mi ricordavo che il film era ambientato in Francia, mentre Bruges è inequivocabilmente in Belgio, ma devo aver soprasseduto essendo la regione di Calais confinante. Questa mattina infine, cercando informazioni sul popolo Ch'ti di cui Philippe Abrams ha tanto timore dopo la visita al pro-zio della moglie che glielo dipinge come inospitale e ignorante, scopro l' arcano. La cittadina non è Bruges ma Bergues! Li per li mi prende lo sconforto, ma poi scopro che le due mete distano solo 80 km una dall'altra!
Nulla è perduto, posso ancora vedere la torre campanaria, andare alla ricerca della patatiniera e provare a recapitare la foto alla mia "amica" francese.
Ma le parole su questo prossimo viaggio non sono ancora terminate..la settimana scorsa, in preda alla follia ho chiesto a mia madre di venire con me! Le ho comprato il biglietto, che per qualche strana ragione ho pagato meno del mio (!!) e da quel momento ho iniziato a pensare di aver fatto la cazzata più grossa degli ultimi 2 anni. Da ora in poi la mia preparazione sarà tutta volta a far si che sia un' esperienza positiva per entrambe, una possibilità per conoscerci meglio e rafforzare un rapporto limitato a quello di madre-figlia.
Ho ben impresso nella mente la mia cena in ostello a Sorrento  nello stato del Victoria, in compagnia di madre e figlia polacche che conversano amabilmente sulla possibilità di viaggiare attraverso il Nullarbor o dirigersi invece verso il traffico di Melbourne. Se ci riescono le altre, perchè noi non dovremmo? 


lunedì 16 febbraio 2015

#terremotoemozionale#maschere#ilfuggitivo#sgomento#dubbio#certezze#disorientamento#avantitutta!!



Il momento è difficile, è come se mi fosse tremata la terra sotto i piedi e sia lì in contemplazione inerme di quello che mi è crollato intorno mentre stò piano piano accertandomi che io sono rimasta in piedi, tale e quale a com'ero, cioè..no..no tale e quale no, perchè dopo un avvenimento imprevisto atto a portar scompiglio, non può necessariamente tutto restare come era, no, quindi diciamo che, accertatami che io non sia crollata come le macerie che restano di alcune mie presunte certezze, muovo i primi passi per cercare di tornare alla normalità.
A questo servono i terremoti emozionali?


Forse tu sei li che costruisci e fabbrichi coi pensieri senza renderti conto che stai ignorando qualche elemento fondamentale e allora qualcosa ti deve scuotere, ti deve distogliere per farti capire che stai tralasciando qualche particolare. Me lo immagino così, come se fosse un gesto estremo dell' universo che ha provato a mandarti segnali più blandi, che tu ovviamente non hai colto e allora ha dovuto ricorrere a qualcosa di drastico per smuoverti dal tuo torpore o dal tuo instancabile lavorio mentale.
Il terremoto che mi ha mandato l' universo si è concretizzato sotto forma di carta stampata e si chiama "Le 5 ferite".
Cosa sono queste 5 ferite? Pare che siano le cause che ci impediscono di essere quello che veramente siamo, i condizionamenti della nostra esistenza.


Fino a ieri pensavo che dipendessero esclusivamente dalle nostre esperienze vissute e da traumi inflitti in tenera età. Oggi scopro che probabilmente non è così, ma anzi,  che a seconda della ferita da curare, la nostra anima scelga nel momento della nascita, il corpo che ci ospiterà più consono alla ferita stessa. Pare infatti che il nostro aspetto fisico, che a differenza della mente non sa mentire, racchiuda in sè i segni, le posture, ma soprattutto le fattezze del condizionamento che ci portiamo dentro. E non solo, sceglierà una precisa famiglia in cui farci nascere dove uno o entrambi i genitori avranno quella medesima ferita da curare.
Inutile dire che da oggi guarderò le persone che conosco e che incontro con occhi e una consapevolezza diversi.


Ma non è questo il punto su cui volevo soffermarmi oggi; chiaro che se scrivessi un blog generico su riflessioni e scoperte che si fanno giornalmente potrei cercare di aprire un dibattito sul tema. Ma no, questo blog è incentrato su di me, quindi parlerò di quello che ho tristemente appurato sulle mie ferite.
E non c'è voluto neanche tanto visto che la triste scoperta si è palesata appena a pagina 8!
Ora, c'è da spiegare che ad ognuna di queste 5 ferite che ci portiamo appresso, corrisponde una maschera che indossiamo per ingannare gli altri e noi stessi, un comportamento dietro il quale ci nascondiamo per non sentirci vulnerabili e per evitare di soffrire ancora a causa di questa ferita.
Procedendo nella lettura della prima ferita, ovvero il RIFIUTO, mi sono riconosciuta nella descrizione di alcuni comportamenti, pensieri e sensazioni, ho riscontrato anche qualche analogia fisica, ma la scossa vera e propria l'ho percepita quando ho appreso la maschera che indossa chi soffre di questa ferita: il fuggitivo.


Non stò qui ad elencare tutti gli atteggiamenti in cui mi sono ritrovata mentre procedevo nella lettura, perchè nessuno mi conosce così bene da potermi dare un riscontro, e questo perchè se indosso una (o più) maschere è proprio per celare quella che sono. Dico solo che per molte ore, tutti i miei progetti che sto pianificando e sui quali mi sto concentrando sono scomparsi, lasciando spazio ad un grosso vuoto fatto solo di sgomento e disorientamento.
Ovviamente è facile indovinare che le domande che mi sono rivolta fossero tutte atte a scoprire se la mia voglia di cambiare paese non sia un realtà una fuga dalle situazioni che non voglio affrontare. La risposta sembra piuttosto semplice. Quello che ne consegue è cercare di capire quindi se continuare ad assecondare la fuga o rimanere cercando di prendere di petto la situazione.
Il fatto è che comunque, fuga o non fuga, in Italia di questi tempi non è che si stia proprio bene.


Quindi, mi sono detta, mi sta bene interfacciarmi con le mie ferite e lo farò sicuramente da ora in avanti, ma continuerò a portare avanti il mio progetto, che servirà a tentare di avere una vita lavorativa e monetaria migliore (se va come mi immagino) e ad insidiarmi in un paese non avendo più messo in valigia le sopracitate maschere!


#Sydney#Australiaday#26thjanuary#stairwaytoheaven#meritocrazia#partediqualcosa#paradisiterrestri#quelcheilmondofagirar


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Sono i chilometri che separano Genova da Sydney.
Perchè Genova è la mia casa, perchè Sydney lo sarà. E io ho deciso così.



Naturalmente metto in preventivo qualche km di scarto, vale a dire che se non sarà Sydney ma Brisbane, o Cairns o Perth o una qualsiasi altra città, va bene lo stesso, l' importante è che sia Australia!
Tutta questa eccitazione è determinata dal fatto che ho ricevuto una mail di risposta davvero piacevole e positiva dal famoso australiano citato nel post precedente. Cosa che mi ha fatto avanzare di un gradino sulla scala ideale che stò salendo per arrivare al mio obiettivo. La mia personale "stairway to heaven", come cantavano i Led Zeppelin.
Perchè l'ultimo proclamo che mi sono sentita fare diceva propriò così: ".. stavolta, se Australia dev'essere, voglio entrarci dalla porta principale!", alludendo al fatto che non ho intenzione di rientrare nel paese come turista e poi trovare clandestinamente qualcosa da fare, sperando che si tramuti in una reale possibilità permanente. Non voglio arrivare in Australia da Italiana fuggiasca e disillusa come tanti che ho incontrato nel mio ultimo viaggio, che ti parlano solo di zero prospettive e di alto tasso di suicidi. Io non vivo così, io non sono da un colpo al cerchio e uno alla botte. Io sono da carte in regola e tirarsi su le maniche.
E adesso sto scrivendo questo post con quel giusto sottofondo musicale.


Gli interrogativi di questi giorni, una volta che la consapevolezza di aver osato è stata ripagata, sono molti, ovvio, alcune sono domande lecite da farsi quando ci si rende conto di trovarsi davanti ad un possibile grande cambiamento, forse il PIU' grande. Altre invece sono solo paure, freni o rimasugli delle vecchie paure, che forse neanche sono le mie, ma mi sono state trasmesse dalle mie frequentazioni più strette o dalla famiglia.
E' vero, una mail sono solo un mucchio di parole una in fila all' altra, magari ben spese, ben strutturate, ma di fatto non sono una certezza. Il fatto è che forse anche le parole di incoraggiamento bastano per cambiare vita e per decidere che si è sulla strada giusta. Dopotutto è questo che mi piace dello stile australiano di prendere la vita: positività, apertura, benevolenza. Una bella differenza rispetto al mugugno a cui siamo abituati da questa parte del pianeta!
Adesso ho appena  buttato giù un progettino per offrire i miei irrinunciabili servigi al paese che più di tutti vorrei abitare, e speriamo che il mio australiano trovi il modo per darmi una mano a concretizzarli, oltretutto mentre scrivo ricorre la giornata dell' Australia day, commemorazione del primo insediamento europeo di Port Jackson nel 1788, ora parte del porto di Sydney, a cui attraccò la prima flotta di 11 navi giunta dalla Gran Bretagna guidata del Capitano Arthur Philip. Una giornata in cui, oltre a riunirsi per festeggiare il proprio paese e la propria cultura, gli Australiani consacrano i personaggi annuali che hanno contribuito alla crescita e al miglioramento del paese, ma danno anche il benvenuto agli immigrati che sono diventati cittadini australiani.


Il mio desiderio è che il prossimo anno sia anch'io una nuova cittadina a cui dare il benvenuto, anche se il solo fatto di poter celebrare il 26 gennaio in Australia vorrebbe dire tante cose.:P
Mi sono ricordata poi, mentre facevo questo pensiero, che prima di partire avevo visto una pagina Facebook australiana, in cui gli immigrati che trasferendosi nel paese rosso avevano avuto una seconda chance, potevano caricare un video in cui ringraziavano pubblicamente il paese. Era stato molto emozionante per me vedere tante persone, di razze e religioni e culture diverse che si dichiaravano felici non solo della loro scelta, ma anche di sentirsi parte di qualcosa. Questo concetto ha molta presa su di me, non mi riferisco al patriottismo, infatti la cieca devozione e convinzione degli americani mi fa rabbrividire, e in quanto ad essere fieri di essere italiani, non mi arrischierei a fare sondaggi in giro! Tralascio volutamente la insana devozione islamica che di questi tempi crea panico e scompiglio.
Essere parte di un grande paese, giovane ma funzionale, frizzante e curioso e soprattutto aperto a nuove idee, a nuove sperimentazioni, credo mi farebbe essere fiera di abitarlo.
L'Australia non è il paradiso, questo è bene che si sappia, non si pensi di partire verso un luogo dove tutto è possibile col minimo sforzo perchè intanto lavoro ce n'è. Il principio non è quello, anche perchè se così fosse si sarebbe già riempito di gentaglia e schiene dritte, che è quello che poi è successo in Italia.


Ti sondano, ti sorvegliano, ti controllano, te e il tuo conto in banca e le tue credenziali, perchè tu presentandoti alla loro porta garantisci di chiedere asilo in cambio di accrescere il benessere del paese. Alcuni lo vedono come un brutale affronto, ma non lo è, se per un attimo lasciamo da parte le accuse di perbenismo interessato e i giudizi sterili. Vogliono essere sicuri, che tu realmente contribuisca alla crescita del paese e siccome di furbi è pieno il mondo cercano di smascherarli prima di avergli dato la libertà di beneficiare della loro ricchezza ed equità. Nè ho visti molti tornare a casa, gente che si credeva di andare a fare la bella vita, con stipendi triplicati rispetto a quelli italiani, belle case, panorami da favola e rispetto, senza aver dimostrato neanche di sapersi rifare il letto. Non è che arrivi li e la gente fa a pugni per offrirti un lavoro e una sistemazione.
Da nessuna parte è così, a parte Terminus (Walking dead 4° serie), peccato che poi l' intento è quello di scuoiarti per farne salsiccie!


 Non è impossibile, bisogna solo avere la possibilità di dimostrare di aver voglia di fare, perchè nei paesi sani, quelli che se lo meritano costruiscono il loro avvenire, gli altri restano indietro.
Chiaramente ci vuole anche un pò di culo, non a tutti capita il privilegio di poter dimostrare il loro valore, ma è anche vero che a volte le occasioni bisogna crearsele, e questo non vale solo per l' Australia. Tutti sappiamo che se vogliamo ottenere qualcosa dobbiamo lottare, imporci e crederci. Il lavoro non arriva se stai sdraiato ad aspettare. Capisco che provenendo da un paese come il nostro si faccia fatica a credere che possa esistere la meritocrazia, ma basterebbe mettere il naso fuori dall' Italia per scoprire che non troppo lontano da noi le cose funzionano diversamente: Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Scandinavia. Non c'è bisogno di fare 16.000 km per accorgersi che l' impegno paga. Quello che frena tanti italiani a mettere il naso fuori è la paura, è il rischio, l' incertezza della riuscita. Ma come diceva Merlino a Semola, il garzone che poi avrebbe estratto la spada dalla roccia nell' omonimo film Disney "..non star solo ad aspettar ciò che per caso puoi trovar, se metti buona volontà il mondo tutto ti darà, però se tu non rischierai, nulla mai rosiccherai..."