domenica 25 ottobre 2015

#Palenque #Chiapas #rovine #ruinas #maya #Messico #Mexico #cascate #waterfall #pollo asado #jungla



Arriviamo alla città di Palenque dopo un viaggio notturno di 6 ore circa, come potrebbero arrivare dei quarti di bue ad una macelleria: refrigerati!
Non capiremo mai la motivazione delle temperature siberiane dei bus da turismo messicani, salvo la necessità, forse, di sterminare eventuali microbi e batteri. Terry sposta la tenda alle prime luci dell' alba, guarda fuori e in un improbabile genovese impastato di sonno esordisce con la prima frase del giorno: Ciove..tanto pe cangià! Epico.

In ogni caso eccoci qui, ore 7 del mattino, Palenque, il grande sito Maya avvolto dalla jungla.
Visto il buon tempo che ci accompagna decidiamo di fare un richiamino di sonno alla posada Aguila Real che ci darà ricovero per la notte, anche se noi ci presentiamo appena dopo il canto del gallo. La camera c'è! Siempre viva la bassa stagione! Verso mezzogiorno ci alziamo e andiamo a replicare l' esperienza del pollo asado che abbiamo smembrato con le mani sul bus diretto a Mèrida. Stolti noi che crediamo che consumando all' interno del cubicolo di cemento che fa da negozio ci daranno forchetta e coltello..macchè..non ce n' hanno proprio! E vai di mani anche stavolta!
Scongiurato per un soffio il pericolo di usare l' acido per la tazza del cesso come sapone lava mani, intelligentente posto sul lavandino, siamo pronti per montare su un collectivo che in pochi minuti ci porta all' ingresso delle rovine, dove ci assaltano guide, venditori di ponchos antipioggia e spacciatori di presunti funghi allucinogeni. Carlos è il nostro Cicerone per oggi, una fila di denti bianchi sotto, una ben più contenuta fila di denti gialli sopra..mah..impianto dice Terry. E sia.
Quello che vedremo oggi è il 5% del patrimonio di Palenque, quello visibile, el descubierto, il restante 95% se l' è inglobato la jungla, e per i messicani è meglio così. Un' intera metropoli è addormentata sotto strati di terra e radici che la proteggono e la conservano dal deterioramento, dalla profanazione degli uomini. Perchè meglio così? La risposta sta nel precedente destino di Palenque, condannata fin dall' inizio: il disboscamento per l' edificazione che venne perpetrata dai Maya, portò all' impoverimento del terreno, eliminando la jungla eliminarono anche la fauna ed alterando l' ecosistema i proventi dati dalla terra iniziarono a scarseggiare, questo è quello che accadrebbe di nuovo se si costringesse la natura ad arretrare ancora, ma fortunatamente il Messico non ha abbastanza fondi per un' opera di tali proporzioni e l' antica città di Lakamba (Palenque è il nome datogli dagli spagnoli) può continuare a far brillare il suo splendore nelle profondità della jungla tropicale.
Abbiamo deciso di non spendere altre parole sul palazzo di Pakal o sulla piramide che contiene nelle sue profondità la sua tomba per evitare nozionismi e inutili descrizioni che si possono trovare ovunque digitando in rete le parole chiave, ma solo cercare di trasmettere il nostro stupore arrivando alle rovine dopo una breve passeggiata tra alberi con le spine sulla corteccia e piante dal tronco nudo e rosso. Immaginate di camminare in mezo alle piante, e mano a mano che la jungla si assottiglia e ci si avvicina alla radura appaiono tra le fronde i gradoni del palazzo,  imponenti, vertiginosi, perfetti. Gli altorilievi presenti nella corte centrale sono impressionanti, così come i canoni di bellezza della civiltà Maya a cui i nobili non rinunciavano di sottoporsi fin dalla tenera età: un paio di tavole di legno per appiattire la testa, una pietra tra gli occhi per provocare un' affascinantissimo strabismo, limatura dei denti per sorrisi accattivanti, il tutto condito da accoppiamenti tra consanguinei, per preservare la purezza della specie, salvo poi generare figli con 6 dita per mano o arti di lunghezze diverse. Il commento di chiusura di Carlos è "cazzarola! Cerchiamo di convincelo a dire " Belin belino!".
Quando dopo un' ora e mezza ci lascia liberi di vagare per il sito, ci dirigiamo verso le cascate de la Reina, belle bellissime, non fosse per le famiglie di minchioni che ci precedono e decidono di prendere la residenza sul ponte de los murcielagos, scattandosi selfie a ripetizione mentre tentano di finire in acqua saltando come scimmie per far dondolare il ponte. Io e Terry aspettiamo diligentemente il nostro turno, ripetendoci che dopo il prossimo scatto se ne andranno, invece gli stupidi padri si mettono a fare le trazioni con i cavi che sorreggono il ponte. Alla fine, straziati dall' attesa, li scalziamo in malo modo e ci scattiamo qualche foto anche noi.
Lungo la discesa e l'abbandono del sito realizziamo quanto fascino e quanta ricchezza possa regalarti la natura nella sua incontenibile voracità, questo è il Chiapas per noi, per l' idea che ce ne siamo fatti: una regione ostica per i suoi abitanti, selvatica, prepotente nell' esplosione della sua vegetazione rigogliosa, ricca di bellezze solo sue che però ancora non bastano a cancellarne il passato ribelle e sovversivo, neanche quando l' epicentro della sua disobbedienza si è trasformato nella versione pallida di una località di montagna alla moda.

giovedì 22 ottobre 2015

#Merida #Mexico #mercato #mercado #PaseoMontejo #comidas #palaciodegobierno #green #murales #FernandoCastroPacheco #Oriente #Poniente #Norte #centro y #Sur #Celestùn #NegraModelo #Cerveza #Maldida


Al nostro risveglio Merida è già indaffarata e operosa come potrebbe esserlo una grande città europea. Maria ci prepara la colazione e con un sorriso ci suggerisce di visitare il mercato alimentare: non ci facciamo pregare troppo.

Nel reticolato urbano si trova tra la 67 e la 50 e dopo quasi due settimane di intersezioni tra calles e avenidas i meccanismi di localizzazione ci appaiono più comprensibili. Avvicinandoci al mercato notiamo come il fervore della gente si faccia ad ogni passo più incalzante, spezzato ad intervalli irregolari dall'offerta di cibo di bancarelle di fortuna, dove la vera attenzione è riposta nella disposizione di quello che si vende. Ognuno a suo modo esalta le caratteristiche dei propri prodotti, sfruttandone la forma, il colore o l'odore, improvvisandosi arredatore in una piccola zapateria o architetto di piramidi di pithaya o di lime vicino al suo piccolo carretto: una Chichen Itza moderna, che muore e rinasce ogni giorno a ciclo continuo, che garantisce il sostentamento di centinaia di nuclei familiari per quei pesos, pochi o tanti che siano, che riesce a procurargli.

L'entrata del mercato anticipa quello che nasconde il suo interno; un girone dantesco che si muove scomposto e rumoroso, che si imbottiglia e che si allunga a fisarmonica. Le donne si accalcano attentissime nella scelta della frutta e della verdura, valutano e soppesano tutto con la precisione di un gemmologo: la comida qui è una cosa seria, un principio inaffondabile e non si può certo sfigurare nel risultato. Dove avanza spazio si sistema una cassa stereo, quasi sempre vicino a chi prepara tacos o antojitos, e allora la musica dei mariachi ci avvolge e allieta la pausa di chi mangia.

Il criterio e il caos si salutano continuamente ma non varcano mai le loro linee di confine, quando osservi la dedizione all'ordine in un banco di spezie, ipnotizzato dai colori quasi psichedelici o quando superi con fretta e passo accelerato le gabbie arrugginite e malconcie degli animali domestici, e lo fai con pena. Lungo il perimetro esterno si accalcano prepotenti quei banchi che non si riesce a contenere nell'involucro e che allora sono stati vomitati fuori. La frenesia occupa spazi impensabili, si impadronisce di muri, scalini e scorciatoie, è un dedalo di vie in cui saltano gli schemi e si sacrifica tutto alla vendita. Chiunque richiama a gran voce la nostra attenzione, chiunque ha ciò che ci serve al prezzo migliore. Si vende con la presenza, soprattutto. Ci allontaniamo.

Il Mercato di Merida non è la Boqueria di Barcellona o il Mercato centrale di Firenze, ha odori forti e ti colpisce con fotogrammi rubati a paesi più disperati, però è tangibile come in ogni altro mercato del mondo l'appartenenza alla gente del posto, quella voglia che ha di scandire la vita sociale di chi abita il luogo; una giostra immobile che divora il tuo tempo e te lo restituisce sotto forma di cibo e cultura.
"Se vuoi conoscere le vere abitudini di un popolo, frequenta il suo mercato." E in questo Merida non fa eccezione.Trascorriamo il resto della giornata a farci una cultura sulla storia messicana tra archeologia, religione e colonialismo, saltabeccando dalla visita al Paseo de Montejo, una lunga avenida  tra bellissimi palazzi costruiti dal fondatore della citta Francisco Montejo di chiara ispirazione ispanico-europea, alla sua propria casa eretta nella Plaza Major, fino a qualche foto distratta all'interno della cattedrale di  San Ildefonso, riscuotendo simpatie e rispetto dai cittadini, che ci confidano di apprezzare molto di più l' interessamento europeo alla loro storia e cultura a differenza degli americani che preferiscono alzare gomiti e tassi alcolemici a Gringolandia (Cancun), come la chiamano loro.
In particolare il bellissimo palazzo verde del Governo, sorvegliato da poliziotti che si aprono come le acque del mar rosso al nostro passaggio, ci da la possibilità di capire qualcosa di più sugli accadimenti politici di questa parte di Messico, attraverso 27 meravigliosi murales del maestro Fernando Castro Pacheco che raffigurano i momenti salienti e personaggi determinanti per el desarrollo di Mèrida e dello Yucatan. In cima alla scala che porta al piano superiore ci  attende un trittico di opere magneficenti per grandezza e soggetto: l' artista deve rappresentare la concezione mesoamericana del mondo divisa in 5 regioni in accordo con la visione Maya: el Oriente, el Sur, el Poniente, el Norte y el Centro.

Però ha a disposizione solo tre muri e allora risolve il problema con la rappresentazione di tre regioni ( Nord, centro e sud ) nel murale centrale, in modo che il nord sia raffigurato nella parte superiore, il centro in quella centrale e il sud in quella inferiore. Qui la figura principale, e guardandolo scopriamo quanto è stato ed è ancora importante il mais per il popolo messicano, è l'uomo maya che emerge dalla mazorca, la pannocchia, proprio come è spiegato nel "popol vuh", il libro sacro dei Maya. Gli Dei contemplano la sua creazione. Tutto intorno, il ricco fogliame che si sviluppa e cresce in tutto il dipinto rappresenta la creazione della vita tutta.

 Il Murale di sinistra è la rappresentazione del Ponente ( da Sampi a Pra..buhahhahaha!) luogo dove muore il sole ogni giorno, dove si inabissa il "gran astro" tra le ombre della notte e del mistero. In questo luogo, nelle tenebre dimora il giaguaro, figlio della notte e maestro dell' imboscata, creatura della morte e orrore dell' uomo. I colori scuri coaudiuvano a rendere più funesta la scena, arricchita di demoni, scheletri e sinistri sacerdoti. Al contrario nel murale di sinistra, che equivale all' oriente, tutto è luce e allegria, poichè il sole è sorto di nuovo e illumina la vita dei maya e le loro creazioni.

Qui la mano si estende nell' atto di proteggere e la scena intera manifesta la feconda operosità umana. Nell' oriente hanno origine i venti benevoli che portano la pioggia del Dio Chaac, che farà germogliare la terra e produrre il raccolto.
Ma il metro di giudizio più efficace a cui noi italiani ci affidiamo per giudicare un popolo è sempre quello della cucina, perciò due Negra Modelo, pollo pibil e sopa de chaya e la cena è fatta: andrebbe tutto alla perfezione se la pioggia non si accanisse ormai da giorni sulla penisola yucateca, per di più oggi si inaugura il festival della cultura maya qui a Merida e il comune ha investito parecchio dinero per regalare uno spettacolo senza precedenti a turisti e ciudadanos, ma Chaac (ricordate..il dio della pioggia maya) ha un carattere di merda e quando gli gira male non guarda in faccia nessuno.
Non abbiamo potuto assistere a nessun evento, a parte una insolita danza di giovani ballerini che giravano come trottole senza sosta, vestiti di bianco con un vassoio di bicchieri pieni d' acqua sopra la testa e neppure quattro ore di collectivo con destinazione Celestùn ci hanno salvato da una tempesta tropicale. Eravamo partiti con l'idea di fare avvistamento dei fenicotteri rosa nella loro riserva naturale ma l'unica cosa che abbiamo avvistato sono stati un polpo impanato e un granchio blu a spezzatino, ottimi. E due Modelo negra, immancabili: inizio a pensare che questa birra porti sfiga.
Da Tulum in poi il viaggio è stato parecchio umido e anche cambiando scenari e macinando chilometri a centinaia, il clima ci è rimasto avverso. E se è vero che i segnali divini si manifestano a chi sa leggerli, allora io aspetto istruzioni per come accompagnare i miei prossimi pasti!

martedì 20 ottobre 2015

#Campeche una #bomboniera sul #mare #colores #mexico #cathedral #loterìa #pirates


Riusciamo finalmente a lasciare Mèrida, non senza il dispiacere di non beneficiare più dell' allegria di Maria e dell' ospitalità di Leopoldo, ma siamo diretti a Campeche, senza sapere che ci attende una cittadina bomboniera, coloratissima e vitale anche se poco turistica. Lo testimoniano le risate imbarazzate che suscitiamo nei locals e le strambe richieste dei più giovani di scattarsi una foto insieme a noi, gli estranjeros venuti dall' Europa a visitare il loro centro storico.
Ce ne innamoriamo subito, con le sue stradine reticolate caratterizzate da palazzi a tinte pastello, i suoi caffè che sembrano rubati a cortili cubani, la sua piazza principale dove la bella cattedrale si affaccia su un grazioso giardino che ruota intorno al suo gazebo, mentre la filodiffusione trasmette le note di allegre melodie che allietano il pomeriggio.

Ci lasciamo incantare dai dettagli e dai contrasti, mentre saliamo e scendiamo dagli alti marciapiedi che tengono al sicuro dai "laghi" che si formano in strada dopo gli acquazzoni, che ormai sono una costante delle nostre giornate. Pranziamo all' ora di merenda alla parrocchia, una localino di comida regional che ci da modo di assaggiare qualche specialità del luogo, quale Queso relleno e Camarones empanisados al coco, accompagnati da agua de coco e agua de sandìa, i famosi refrescos a base di acqua e essenza di frutto, quale cocco, anguria, chaya, tamarindo, ananas, etc.

La sera ci vestiamo belli anche noi per assistere alla prima serata della festa campechana che prevede l' esibizione di diversi gruppi di ballerini in abiti bellissimi e colorati, ma purtroppo la pioggia rovina tutto. Il giorno seguente visitiamo il fortino dei pirati, facciamo una lunga passeggiata sul lungo mare, dove Terry da anche prova delle sue doti "palestroidiche", mentre io faccio finta di farmi impressionare dai suoi sollevamenti! Richiamiamo ancora l' attenzione di qualche locale che ci saluta caloroso passando in macchina e ritorniamo all' interno del Barrio San Francisco.
Nel tardo pomeriggio sfioriamo l' incidente diplomatico quando Terry mi lascia al parco pubblico per andare a ritirare qualche pesos al Banco Azteco, in vista del nostro prossimo spostamento. Mi avvicino incuriosita alle tavolate a ridosso del gazebo, dove le abuelitas del luogo stanno giocando a una specie di bingo con cartelle quadrate piene di figure di animali, piante e frutti, su cui ripongono delle pietruzze colorate che si sono portate da casa, mano a mano che la campechana al microfono chiama i numeri: veinte y cinco el arbol, dos paloma, noventa mundo, ochenta y cinco panzòn, sesenta y tres la bailarina..

Essendo che Terry ritarda, mi sono decisa a sedermi ad un tavolo, non mancando  di creare scompiglio, io, extraterrestre europea che si intromette nel gioco de la loterìa della domenica, chiedendo in prestito cartelle e qualche pietruzza ad una abuela e costringendo dirimpettaie e compagne di tavolo a controllare anche le mie 4 cartelle perchè non ci capisco un cavolo, oltre tutte le loro che sono decine e decine. Succede che Terry arriva e siccome non può estirparmi dal gioco, è costretto ad unirsi a me, ma non c'è spazio e in fretta e fuori cambiamo tavolo, portandoci dietro le cartelle, perchè la campechana mica aspetta, e comincia  ad estrarre i numeri, nella fretta mischio le pietruzze datemi in concessione con quelle di un altro tavolo e la abuelita me le richiede indietro con prontezza. Si crea quansi un caso di stato, con queste pietruzze che non tornano alla proprietaria legittima, la loterìa si ferma e i giocatori danno segni di fastidio..e ora spiegaglielo in spagnolo dove sono finite le pietruzze. Il gioco non attende più e per ora la questione è riinviata, ma alla fine della nostra performance, in cui io e Terry in 5 manches non guadagneremo niente mi toccherà fare la spola tre volte tra i due tavoli per mediare alla mia distrazione.

La sera mentre gironzoliamo assistiamo alla bellissima proiezione di un cortometraggio di animazione che racconta la storia di campeche dall'era Maya ai giorni nostri, proiettata direttamente sul porticato lungo circa 40 metri sotto il quale meno di mezz' ora prima stavamo scattando le nostre foto di romanticismo messicano. E' tutto un fiorire di frangipani e flores de Cempazuchitl, tra giaguari, fenicotteri rosa, pesci colorati e templi antichi. Le immancabili calaveras ballano allegre vestendo sombresi e spazzolandosi i teschi, i pirati campechani respingono i conquistadores, le vecchie costruzioni vengono sostituite dagli edifici colorati del Barrio San Francisco, tutto accompagnato da coinvolgenti melodie messicane. Rimaniamo incantati anche quando la pioggia tenta di rovinare ancora la festa. Poi dopo un fragoroso applauso andiamo a cena per l' ultima volta in questo meraviglioso borgo e raggiungiamo el estacionamento Ado per affrontare il viaggio notturno che ci consegnerà al mattino tra le braccia di Pakal, il signore di Palenque, per una nuova fantastica giornata immersi nella affascinante cultura maya.

venerdì 16 ottobre 2015

La #septimamaravilladelmundo: #ElTerry ( y #ChichenItza despues!) #Kukulcan #quetzal #lupito #Lucìa #borracha #ninos y #perros #juegodelapelota #muerequiengana #muorechivince #sacrificios #maya #cultura #archiastrologia #pollo #paletas #LeopoldoyMarìa #LaPiazzetta

13-14 de Octubre
Llegada a Chichen Itza
Cena en Pistè
y primera visita a la ciudad de Mèrida


Dopo quasi 5 ore di autobus e due acquazzoni potenti lungo il tragitto, arriviamo a Valladolid alle 19 passate. Piove che Kukulcàn la manda, le strade sono allagate, non essendoci tombini e noi dobbiamo ancora arrivare a Pistè, dove dovrebbe attenderci una stanza confortevole al Chichen Itza hotel, sempre che non ci abbiano dati per dispersi e l' abbiano rivenduta a qualche avventore di passaggio. Prendiamo anche il bus per Pistè e il gentilissimo autista ci lascia proprio in fronte all' hotel, anche se qui non piove.

Ci aprono la porta due camareros e ci fanno accomodare in un grande atrio con tetto altissimo di travi di legno scuro, un bancone in legno ospita due receptionist e Lucia, una vecchia signora bionda con gli occhi chiari visibilmente alticcia. Ci facciamo un film articolatissimo riguardo a lei, che è l' odiatissima proprietaria dell' albergo, che ogni sera per dimenticare di essere finita ad investire il suo denaro in un buco di pueblo di cani randagi e miserabili, tracanna tequila e mezcal come se non ci fosse un domani. Ci rivolge anche un paio di domande con lo sguardo vitreo e la voce impastata, ma il concierge le ruba la scena e ci spiega che questa sera, siccome siamo belli come degli Dei Maya, avremo un upgrade gratuito e ci becchiamo una stanza a bordo piscina!


Prendiamo possesso della camera, dopodichè usciamo a cercare un posticino per la cena. Il paese è piccolino, ha una piazzetta dove si sviluppa tutta la vita del luogo, ci sono chioschetti ambulanti che preparano Tacos y Empanadas, altri di bebidas y refrescos e qualche ristorantino con sedie e tavoli di plastica e la cucina improvvisata in cubicoli di cemento a vista sotto i portici. Assaggiamo qualche altra specialità della cocina Yucateca e nel frattempo, si alternano nei pressi del nostro tavolo, bimbetti che vendono pietre scolpite con soggetti maya e cani randagi che con discrezione sperano in un boccone.

I bimbetti sono curiosi e iniziano ad interessarsi a Terry, dimenticando ben presto la loro mansione, vogliono sentirlo parlare inglese e lo incalzano perchè dica qualche parola, gli stanno intorno sorridenti e allegri, lui è a metà tra l' intenerito e il divertito. Interrogativi gli girano in testa.."dispiacersi per la loro condizione, in fondo stanno lavorando, sono solo dei bambini..o è la normalità?", ma la loro allegria lo depista.."non siamo forse noi che, abituati ad una morale diversa li rivestiamo della nostra pena? Questi bambini non sembrano infelici, o sofferenti, anzi spensierati e beneducati, quindi? Non è forse vero che se si cresce con una concezione della vita, quella per noi rimane la normalità finchè non ci scontriamo con la realtà di qualcun altro e iniziamo a paragonarle se non sono uguali alla nostra?".
Il sole completa il suo giro intorno alla terra, le stelle brillano sopra altre teste ed è nuovamente giorno. Chichen Itza ci aspetta.
In coda per il biglietto d' ingresso ci si avvicina una guida, tra tanti che lo seguiranno, offrendoci la sua conoscenza per la prossima ora, porta un cappellino e degli incredibili occhi chiari sotto la visiera, sa già di aver attirato la nostra attenzione, anche quando ci dice che il sito possiamo visitarlo comunque anche da soli, scattando foto e leggendo un opuscolo in italiano, perchè è bellissimo e vasto.
Vogliamo lui, ha quel piglio orgoglioso da scugnizzo che senza parlare ti fa capire che potresti perdere l' occasione del giorno. Non la perdiamo.

Ci racconta della nascita e dello splendore del sito con enfasi, parla di architettura e astronomia, la straordinaria capacità dei maya di trasporre nella costruzione degli edifici i riferimenti al loro calendario, di calcolare con precisione l' allineamento del sole durante i solstizi e gli equinozi, cosicchè solo una volta all' anno, nel giorno più breve e in quello più lungo, facesse capolino tra le feritoie sulla sommità della piramide creando magici effetti mistici.."l' asse della terra si stà spostando? No ès verdad, bueno si, pèro despuès tutto rrretorna alla perfecsion porquè si no non avremo màs questi effetti di luce del sol que se alìnea con esta construciòn.." o giochi di luci ed ombre per cui si assistesse alla discesa sulla terra del serpente piumato, il dio Kukulcàn.
La piramide, la costruzione più importante del sito, ha quattro lati come 4 sono le stagioni, 4 scale che portano alla sommità, che rappresentano i 4 punti cardinali, ha 91 gradini che moltiplicati per 4 i lati danno 364, più la sommità fanno 365, come i giorni dell' anno, su ogni lato ci sono 9 gradoni, divisi in 18 terrazze, che simboleggiano i 18 mesi del calendario e 52 pannelli che rapresentano il numero dei giorni secondo il ciclo maya
.." un caso? " chiede Lupito.."daaaai, yo no lo creo!" e ci invita a riflettere sull' immensa conoscenza possieduta da questa misteriosa civiltà. Io sono completamente in estasi, sento il magone che mi strizza le budella come ogni volta che i pezzi del puzzle che stò idealmente ricomponendo stessero andando tutti a posto.
Poi Lupito ci parla del Quetzàl, l' uccello sacro dei Maya, il cui verso era la voce degli dei, un segno divino, "l' uccello più bello del mundo", e io già sento un brivido per l' attaccamento alla propria cultura, crea ad arte il momento di tensione, pendiamo dalle sue labbra completamente catturati, indica la piramide, allarga le braccia e sbatte i palmi delle mani. Ogni colpo un verso di Quetzàl gli risponde, i miei occhi si inumidiscono, Terry cerca l' inghippo, ma ogni volta che Lupito batte, il Quetzàl risponde, allora anche Terry batte e il Quetzàl non fa il timido. Ci spostiamo verso i campi dove si disputava il gioco de la pelota. Due campi, uno per le partite della mattina, uno per quelle del pomeriggio, il significato stà ancora una volta nel sole che grazie al suo spostamento determinava il passaggio del tempo, proiettando l' ombra dell' anello  entro cui si cercava di far passare la palla per conquistarsi la vittoria. Due squadre, 7 giocatori per parte, non uomini qualunque, ma eroi, professionisti, uomini in grado di lanciare con un colpo d' anca una palla di 3 chili dentro un anello incastrato nel muro a 8 metri d' altezza.

Un campo di 167 metri, delimitato da due altari alle estremità in cui sedevano i nobili, Lupito ci parla della straordinaria acustica del luogo, di come i Maya fossero stati in grado di riprodurre l' eco in un territorio da cui non avrebbero neanche potuto trarre ispirazione. Cosa doveva sembrare l' eco, se non la voce degli dei? Quale motivazione migliore per dare il meglio di sè durante un gioco massacrante avevano i contendenti, se non che ad assistere alla partita ci fossero anche le sacre divinità? Ma come fare, se non ci sono nè colline, nè montagne che riproducano il suono della voce? I Maya ne sono capaci, lupito allarga ancora le braccia, batte i palmi delle mani e il suono si ripete 7 volte..il battito degli dei..forte e chiaro, come le voci del pubblico che assisteva alle competizioni veniva 7 volte riproposto dando l' impressione che anche le divinità incitassero le squadre, la palla passa dentro il cerchio, la partita è vinta, i vincitori si offrono con orgoglio agli Dei e vengono decapitati.
 Lupito nota i nostri sguardi interdetti.. "porquè a los Dìos se ofrece lo mejor, y lo mejor no es el perdente". Lungo il gradone che delimita il campo incise nella pietre le figure dei sette giocatori, bardati per la competizione con protezioni alle gambe, ai fianchi e alle braccia. Poi il capitano che viene decapitato, e dalla sua testa i fiotti di sangue si trasformano in serpenti guizzanti. Sotto l'anello di pietra è raffigurato un teschio, nella posizione di esalare l' ultimo respiro. Siamo arrivati alla fine del campo e Lupito ci mostra l' altare da sotto, con le sue decorazioni in rilievo, i resti di antichi colori sulla pietra, ci parla del Dolby, il sistema audio che consente di percepire i suoni perfettamente anche da distante.."si ahora se habla de Dolby Surround desde el nombre de sus inventor, el senor Dolby, a quel tempo se doveva hablar de Maya Surround"..pausa ad effetto, le solite braccia che si allargano e il battito dei palmi che distintamente sentiamo riprodursi a 167 metri di distanza, così come il fischio potente di Lupito e il battito di Terry che vuole sempre testare la veridicità del fatto, guadagnandosi il nuovo appellativo di Terry San Tomàs.
E' arrivato il momento di salutare Lupito, vorrei abbracciarlo per questa meravigliosa esperienza e vorrei anche abbracciare Terry per aver insistito a fare la visita guidata, perchè davvero avremmo perso un' immensa opportunità. Prendiamo il bus per Merìda, ancora un poquito de lluvia lungo il cammino, un pollo cotto sulla brace da mangiare con le mani sugli ultimi sedili in fondo al camiòn, siamo inguardabili, i Messicani hanno ribrezzo di noi, pensiamo. Disossata la carcassa alla stregua di due avvoltoi ci complimentiamo l'un l'altro e scendiamo a destinazione. Merida ci accoglie con un bel venticello fresco e i suoi portici illuminati intorno alla Plaza grande.

Passeggiamo rilassati per le piazzette, sgranocchiando ghiaccioli fatti a mano di vera frutta fresca dai colori vivaci, alla chaya, una pianta di queste parti con le cui foglie si fa una bevanda buonissima, al cocco, al mango, al kiwi. Mèrida è diversa dalle città incontrate finora, è per certi versi più europea, essendo stata fondata da Francisco Montejo, il conquistador Spagnolo, possiede chiese cristiane e una lunga via con palazzi e case imponenti in stile classico, inoltre la piazza con i portici è più vicina alla nostra architettura che non a quella centro americana.
Torniamo al nostro alberghetto italiano, di Leopoldo di Arezzo, belli felici della giornata trascorsa..stanotte abbiamo materiale a sufficienza da elaborare per fare sogni interessanti.

mercoledì 14 ottobre 2015

Laguna de Bacalar - colores y sonrisas



Trece de Octubre
LLevado de Bacalar, Quintana Roo
La laguna de los 7 colores

El camiòn ADO, che tutti pronunciano ADeo, lascia Tulum alle 14:30, diretto a sud, per depositarci circa 3 ore dopo a Bacalar, dove pare ci sia una laguna con l' acqua di 7 diverse tonalità di blu. Il viaggio è noioso e monotono, sulla Ruta 307 che corre dritta come un fuso da Cancun a Chetumal, in mezzo alla selva Yucateca.
Incontriamo pochi villaggi..Limones,Andres..Sale poca gente.

La fermata più significativa è quella a Felipe Carrillo Puerto, in una quasi vera stazione dei bus, dove due donne attendono l' arrivo dei passeggeri per salire a bordo con due cesti ricolmi di tortillas già farcite con insalata, cipolle e salse a piacere. Con un braccio reggono tutto il peso del cestino, con l'altra mano riempiono i vassoietti di tacos.. e poi trick, ricoprono tutto con un telo di nylon trasparente per proteggerlo dalle mosche. Sull' avambraccio, all'occorrenza sta appeso un secchio con dentro bebidas e refrescos a base di manzana (mela), tamarindo, coco y pina (ananas). Tutto con l' espressione più fiera e una padronanza dei movimenti degne dei migliori professionisti.

Le guardo rapita dal finestrino, mentre continuano il loro servizio anche a terra, prendono i soldi, li infilano nella tasca del grembiule, danno i resti, tutto con quella unica mano libera e con quella che spunta da sotto il cesto riescono pure a sventagliarsi con i vassoi, se non sono intente a riempirli. Quanta eleganza nella loro fisicità tozza. Non riesco a non trovare le donne messicane di un fascino incommensurabile. Proprio vero che l' estetica non conta un cazzo! Puoi avere il musetto da gattina, le curve modellate, i vestiti migliori e le movenze da gran seduttrice, ma non vali niente a confronto di chi si sente bene nel corpo che abita, di qualunque fattezza esso sia.

Le donne messicane sono belle di quella bellezza senza storie, tipica dei luoghi che non possono permettersi il lusso di torturarsi il cervello con le stronzate dei paesi sviluppati. Le donne messicane hanno sorrisi sinceri, perchè non si domandano cosa pensi di loro mentre le guardi, hanno capelli neri come la pece, lucidi e corposi e denti bianchissimi che mostrano ad ogni occasione. Le donne messicane non risparmiano sui sorrisi e gli uomini messicani hanno occhi buoni e paterni, la pelle color della giada o del caramello. Alcuni sono chiaramente figli di antiche etnie, con nasi curvi e zigomi sporgenti, altri sembrano orientali e hanno il volto piatto, altri ancora non sembrano neanche messicani, che sono bellissimi ugualmente.

Stamattina quando cercavo la "parada del Ado", la fermata del bus, ho chiesto indicazioni ad un omino sulla sessantina con la pelle di caffelatte e gli occhi azzurri come l' acqua della Laguna...ah già la Laguna, quello era il tema del post, prima che mi perdessi in dissertazioni sulla bellezza messicana..la Laguna è il tesoro di Bacalar, che altrimenti rimane un pueblo modesto e ostico a diventare turistico. Non ci sono avenidas con negozi di souvenir, nè ristorantini esotici. Solo casupole con il tetto di paglia annerita dal sole, o quadrati di cemento, colorati con tinte sgargianti che si stagliano in eccezionali contrasti cromatici contro un cielo azzurro da far male agli occhi.

 Insegne scritte a pennello, delicate, squadrate, con contorni e ombreggiature, da gente che lavora come Dio comanda. Niente murales. La avenida uno, il lungolago, è un susseguirsi di cancelli che delimitano l' accesso all' acqua per garantirlo agli avventori delle posadas che hanno la fortuna di stare sull' acqua, ognuna con il suo prato verde e il suo pontile che affonda nella sabbia bianca della laguna. Questa mattina dopo el desajuno, finalmente troviamo l' acesso municipal e allora anche noi possiamo tuffarci dal nostro pontile tra le acque turchesi del Bacalar.


 L'acqua è calda, e limpidissima, di un colore incredibile. Sembra di essere immersi in un' enorme piscina col fondo sabbioso, vedo chiaramente decine di pesciolini trasparenti che mi nuotano intorno alle caviglie. Io e Terry non ci stiamo credendo a tutta questa bellezza, e a questo cielo indaco, e a questi tronchi d' albero spogli e bianchi che si affacciano sulle acque turchine per immergerci le dita, e a questo verde della vegetazione che contiene le sponde che sembra esplodere di brillantezza e di luce. E questo turchese, e quell' azzurro, seguito da altro turchese e poi dal blu. Contiamo 4 colori dalla nostra prospettiva, più in là non riusciamo a vedere.
Due falchi color cioccolato sorvolano l'acqua. Nel cielo una miriade di nuvolette pannose e soffici aumentano, se possibile il senso di vastità e imperturbabilità della laguna, sogno di stare qui per giorni in contemplazione a vederle passare. Due coppie di ragazzini con le divise scolastiche vengono a cercare un pò di refrigerio, un bagnante singolo immerso fino al collo ride degli autoscatti stupidi che ci facciamo io e Terry, il pontile scricchiola sotto i nostri salti.
E' tempo di lasciare la Riviera Maya, scrivo le mie impressioni dal sedile lungo, in fondo al Meyez per Valladolid, Terry sonnecchia accanto al finestrino dopo aver sgranocchiato platanos fritos, la strada è piena di buche, la sua testa dondola appoggiata allo schienale, faccio fatica a tenere il notebook fermo sulle gambe. Il sole accompagna il nostro viaggio.



martedì 13 ottobre 2015

Resoconto del nostro arrivo a Tulum - racconto a 4 mani


 Sabado 10 Octubre todavìa
 Llegada en Tulum y primera noche
 y visìta a las ruinas el dìa sucesivo.


Ci allontaniamo dal Cenote in silenzio io e Terry, rivivendo ancora le belle sensazioni che questa avventura ci ha lasciato, Il sorriso sulle labbra e la testa leggera. Il sole picchia ancora forte, ma il combi non si fa attendere più di 5 minuti. Siamo nuovamente in viaggio e tra poco arriveremo a Tulum. Lo intuiamo subito, appena scesi dal colectivo, che è una località più " ruspante" rispetto a Cancun e a Playa del Carmen, il centro è semplicemente la carretera principal che porta a Chetumal, arricchita da ristoranti e negozietti.

Nessuna zona pedonale. La nostra sistemazione per le prossime notti è un mega tendone super comfort, piazzato al centro di un giardino, con intorno altri 4 gemellini, ognuno decorato secondo un tema differente. La nostra ospite ci fa scegliere, visto che anche qui siamo gli unici avventori, e dopo aver visionato la messicana e la flores, scegliamo la Shiva, peccato che al momento di entrare e prenderne possesso, una grossa aragna nera piomba dal soffitto e si infila sotto le pieghe dell' ingresso..niente da fare..io li dentro non ci dormo più..ci spostiamo nella tenda de las flores e la personalizziamo immediatamente con il disordine dei nostri due zaini: campo base raggiunto.
Nel corso della serata scopriremo che oltre ai fiori, la tenda vanta decorazioni altamente ambigue, come una piccola luce strobo che rotea irradiando di colori il nostro tendone ormai da circo, una stella filante sbrilluccicosa molto fru fru nei toni dell' argento e oro, un uovo abatjour madreperlato, un cuscino agghiacciante di ciniglia fucsia, dietro il quale scopriamo la chicca suprema..la testiera del letto è la versione piatta e rettangolare della palla specchiata, la famosa mirrorball che si trovava nelle disco anni 80!
Tenda de las flores un corno, kitsch e lussuria per un giaciglio da meretriz! Desde hoy esa es la cabanita de la buscona!

Decidiamo di trascinare i nostri corpi ancora provati dal cenote alla scoperta delle rovine dell'antica Tulum, unico avamposto Maya a sorgere a ridosso della costa, creando un contesto scenografico mozzafiato: ed è proprio su questo che fanno leva le guide turistiche locali.
La "mala noticia" è che quando giungiamo in loco troviamo l'accesso per il percorso a piedi "cerrado".

La "buena" è che per 740P, poco più di 40€, si può organizzare una visita guidata su una pilotina ed ammirare la magnificenza dell'antica civiltà dal mare, come documentato dal National Geographic, sottolinea più volte l'informatore turistico per invogliarci, perchè quello è il modo giusto di vedere queste rovine insiste, perchè quando la luce del sole si allinea con le rovine si crea la magia. Ma noi non siamo americani (ci piace molto far leva sul conflitto atavico delle due facce dell' america) e decidiamo di viverci quell'esperienza come tutti, camminando e cercando le prospettive migliori per le nostre foto. A nulla vale l'allettante controfferta dell'omone messicano: "Seicen y quarenta pesos. E dos cervezas heladas!"
Non ci fotti,caro amico,ormai abbiamo deciso. Dedicheremo a Tulum la giornata successiva, quando prima verremo colti da un temporale caraibico sulla playa e dopo visiteremo il castillo e l' antica cittadina  maya di Tulum baciati dal sole.
Ci affrettiamo ad avvicinarci alla fermata del combi e con un sincronismo perfetto se ne para uno davanti a noi che ci ingloba immediatamente. Fortunati? Non direi: chiuso il portellone, realizziamo che il sottofondo olfattivo è quello della vecchia fattoria. Il terrore ci dipinge i volti e guardandoci negli occhi riusciamo a compiere la stoica impresa di percorrere quel breve tragitto in apnea. Capolinea della via crucis, scendono tutti, eppure qualcuno sembrava non avercela fatta in partenza.
Rinvenute le vie respiratorie ci immergiamo tra le stradine popolari e colorate del centro, ammirando le tracce lasciate sui muri da una manciata di artisti di strada chissàquando chissàperchè, quasi mai mediocri.

E vagando deviamo il nostro cammino in una viuzza interna dove i locali stanno allestendo una festa di paese con tanto di bancarelle e musica da fiesta: giusto il momento per due elotes, pannocchie bollite e condite con lime, panna, formaggio e qualche goccia di habanero. 30P è la richiesta del timido ragazzino del banchetto per questa leccornia. Raggiunto l'Harmony Glumping ci ricomponiamo e siamo nuovamente pronti a farci deliziare dai mariscos del Camello Jr, ristorantino per locals a pochi passi dalle nostre tende.
 Fanculo al chevice e al suo sapore di Nelsen piatti, questa volta la nostra attenzione nella scelta della comida ci ripaga, pulpo a la mexicana con arroz y frijoles e camarones in salsa de ajo y verduras con tortillas fumanti pronte a contenere tutto il ben di Dio. Nachos a pioggia.

Accompagnamo tutto con una Sol e una Modelo negra e ci rendiamo conto di quante vittime anche qui riesce a mietere il calcio: Stati Uniti - Messico, gli occhi e l'attenzione dei camareros e degli avventori sono tutti puntati sugli LCD appesi ai quattro angoli del locale e se non fosse per la modernità di questi ultimi l'atmosfera e il tempo fermo rimanderebbero ad una prestazione del Tricolòr a Mexico 86. "La cuenta, por favor" e bye bye mondo, il funghetto ci risucchia al suo interno, la luce si spegne, le cicale e le rane si occupano della magia. Buonanotte.

PS:( por la primera vez en mi vida puedo decìr que este post no lo he escrito yo, estaba cansada y Terry lo ha hecho para mi. La buena noticia es que no se encuentra diferencia de estilo y eso es para mi maravilloso asì como muy estrano, la mala noticia es que ahora tengo miedo que quiere hacerlo siempre ! ;))